«Suicidio, limiti stringenti a una legge evitando derive pericolose»

Nel dibattito a distanza che ospitiamo sul fine vita, interviene don Riccardo Mensuali (Pontificia Accademia per la Vita) mentre si attende che la Corte costituzionale si pronunci ancora sui trattamenti di sostegno vitale: «Una norma deve ribadire che ammalarsi richiama cura»
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July 9, 2026
«Suicidio, limiti stringenti a una legge evitando derive pericolose»
Riccardo Mensuali
La Corte costituzionale è stata di nuo­vo chiamata a esprimersi sulla legit­timità di uno dei criteri necessari per riconoscere la non punibilità del reato di aiuto al suicidio, quello dei sostegni vitali. La Consulta vie­ne invitata a esprimersi di nuovo su qualcosa su cui si era già pronunciata. Tutto questo fa semplice­mente parte del lavoro di quell’organo costituziona­le. In Italia il giudice delle leggi non sottostà nep­pure a sé stesso. Non vale, infatti, il principio dello “stare decisis”, il rimanere vincolati a sentenze pre­cedenti: la Corte può cambiare orientamento e con­traddirsi. Anzi, probabilmente deve. Argomentan­do perché lo fa. Per il semplice fatto che non è la Costituzione che cambia, siamo noi che la com­prendiamo meglio, di più, o più profondamente, anche alla luce dei mutamenti della società, dei suoi valori, del valore che i tempi e la mentalità corren­te danno a certe parole. 
Meraviglierebbe, dunque, stupirsi se e quando la Consulta dovesse cambiare orientamento, perché modificare posizioni è parte del suo mandato. Ci so­no stati casi piuttosto famosi. L’obbligo di imporre alla prole il solo cognome del padre è rimasto costi­tuzionale solo fino al 2022. Lo stesso vale per l’erga­stolo ostativo, secondo cui il condannato all'erga­stolo per reati di mafia che non collabora con la giu­stizia era automaticamente escluso da qualsiasi be­neficio penitenziario. Solo nel 2023, e dopo aver de­nunciato l’inerzia del Parlamento, la Corte dichiarò incostituzionali tali limitazioni. Una simile evolu­zione ha colpito gli ex reati a tutela del sentimento religioso, smantellati solo negli anni ’90. Uno dei cri­teri con cui la Corte modifica, corregge e completa sé stessa è la lettura del testo costituzionale alla lu­ce dei mutamenti del sentire e del vedere comune. Che non è tanto il vedere e il sentire dei singoli giu­dici – comunque persone inserite nella storia e con una storia – ma è il sentire della società e del tempo. In Italia, al momento, un sistema giuridico che per­mette un’assistenza al suicidio esiste già: non è da­to, però, da una legge nazionale ma dal combinato disposto di un insieme di sentenze della Corte e da un insieme eterogeneo di regole regionali.
La Cor­te, da anni, invita il Parlamento a fare una legge. Quest’ultimo, che è del tutto libero di non farla, fi­no a oggi non l’ha fatta. Si comprende, in effetti, l’enorme difficoltà a normare aspetti e momenti del­la vita così delicati e complessi. Eppure, non possia­mo neppure fingere che nel mondo tali leggi non esistano. Al contrario: alcune sono profondamente aperturiste e irresponsabili. Una forte propensione a creare e liberalizzare un diritto soggettivo (anche dei minori) all’eutanasia pare la cifra più comune delle legislazioni liberali contemporanee. E l’Italia è un Paese liberale, dove le leggi le fa il Parlamento e, in esso, le maggioranze del momento. Qualcuno so­stiene sia preferibile, al fine di evitare derive euta­nasiche, non promulgare alcuna legge e lasciare la situazione com’è. Ma siamo certi che lasciare alla Consulta (e alle regioni da lei legittimate) la respon­sabilità di riformare la normativa coincida con la più illuminata strategia per tutelare il maggior bene dei cittadini? Accusare la Corte di “voler fare le leggi” è affermazione che cade facilmente: spesso è solo par­te del suo lavoro. Sentenze ablative e creative sono ordinari strumenti del lavoro di quell’organo.
In Germania se per accedere al suicido basta e avan­za una volontà libera e attuale, senza alcun riferi­mento a criteri e patologie oggettive, si deve “ringra­ziare” la Corte costituzionale di quel Paese. Non è che il fatto che la Corte “apra” produca pendii meno sci­volosi di quelli che potrebbe aprire una legge. Una legge, almeno, esprime con più chiarezza la visione di quella parte di elettori che ha votato chi la legge la propone e la sostiene. Un nuovo Parlamento po­trebbe benissimo prendere in mano la situazione e avviarsi a concepire il diritto pieno all’eutanasia, al momento decisamente escluso. Parte ragguardevo­le dell’opinione pubblica spinge in tale direzione. Del resto, se le leggi contribuiscono a fare una cul­tura, è pur vero anche il contrario: la mentalità del­la maggioranza della popolazione trova, prima o poi, necessario sbocco e legittimo specchio nei suoi rap­presentanti politici.
Su due punti, a ogni modo, con­viene rimanere fermi. Innanzi tutto, i limiti stringen­ti e oggettivi che, soli, permetterebbero una depena­lizzazione non costituiscono una gabbia poco mise­ricordiosa e cinica, che deriverebbe dal fatto che i cat­tolici, in Parlamento, sarebbero amici della sofferen­za e del dolore. Al contrario, sono, tali limiti, un sag­gio segno di attenzione a che la vita sia custodita e protetta da pericolose derive. Legare la limitata de­penalizzazione a criteri quali la terminalità e l’esito infausto della patologia permette di continuare ad affermare che la malattia va presa in carico, che le patologie chiamano alla responsabilità di salvare la vita, non eliminarla. Che non desiderare di soffrire è parte della vita.
La seconda dimensione, fondamentale, è il rafforza­mento e l’inclusione delle cure palliative come of­ferta che il Sistema sanitario si obbligherebbe a for­nire. Offerta sempre rifiutabile ma vincolante per lo Stato. Tutti gli studi e le ricerche provano come le cure palliative possano ridurre la spesa sanitaria pubblica permettendo di ricorrere a meno ricoveri, meno interventi ospedalieri d’emergenza e meno procedure intensive in fasi terminali. E valorizzano la sinergia e la complementarietà tra pubblico e pri­vato, tra professionisti e volontari. È il contrario del­lo spreco. Una visione strategica sulla lunga distan­za non può non tenerne conto. Se legge dovrà esse­re, se ne misurerà il valore di civiltà, in un tempo di scarso rispetto per la vita, se l’Italia saprà dotarsi di una normativa che trasmetta il messaggio che am­malarsi, gravemente, richiama cura. Né morte né indifferenza, spesso primo passo per lasciar morire.

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