Vita & aborto: perché non riconoscere la “preferenza per la nascita”?
Le relazioni ministeriali al Parlamento sulla 194 sono piene di numeri sulle interruzioni di gravidanza, le pillole abortive e quelle “del giorno dopo”: ma anche se la legge chiede di prevenire gli aborti non si dà valore all’opzione di privilegiare la vita

L’articolo 16 della legge 22 maggio 1978 n. 194 fa obbligo al ministro della Salute e al ministro della Giustizia di riferire al Parlamento ogni anno sulla attuazione della medesima legge anche in ordine alla prevenzione. Questa disposizione ha evidentemente lo scopo di stimolare un controllo da parte dell’organo legislativo anche in vista di possibili modifiche normative. Purtroppo, le polemiche infuocate che hanno accompagnato la discussione e l’approvazione della legge 194, i referendum del 1981 e i dibattiti successivi, hanno reso quasi assente e comunque rigido il dibattito sulle annuali relazioni ministeriali.
Il Movimento per la Vita ha sempre attribuito importanza alle relazioni ministeriali e per molti anni ha sempre fatto seguire un proprio commento, che talora ha assunto la forma di un vero e proprio rapporto alternativo e comunque integrativo di quello ministeriale.
L’ultima relazione presenta i dati definitivi del 2022 e alcuni di essi meritano una riflessione. dati che meritano una riflessione. Il numero degli aborti compiuti nel 2022 ammonta 65.661 con un incremento del 3,2% rispetto al 2021 quando sono state notificate 63.653 Ivg (+2.008 casi); è aumentato il ricorso all’aborto farmacologico (Ru486, definita da Lejeune «pesticida anti umano») in seguito anche alla circolare del 12 agosto 2020 del Ministero della Salute (Aggiornamento delle “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine”); in aumento anche la distribuzione della pillola dei 5 giorni dopo (Ulipristal acetato, commercialmente noto come EllaOne) passata da 266.567 confezioni nel 2020 a 444.730 nel 2022 (incremento del 27,7% rispetto all’anno precedente, e del 66,8% rispetto al 2020, quando è stata approvata la determina che ha eliminato l’obbligo di prescrizione anche per le minorenni); analogo trend in crescita per il ricorso alla pillola del giorno dopo (Norlevo, Levonelle): da 284.376 a 303.407 confezioni (incremento del 6,7% rispetto all’anno precedente, e del 4,8% rispetto al 2020). Questi prodotti – pillola dei 5 giorni dopo e del giorno dopo – sono contrabbandati come “contraccettivi di emergenza”, ma in realtà sono idonei ad alterare la mucosa uterina in modo da respingere e quindi uccidere il piccolissimo figlio già formato, come risulta dai pareri del Comitato nazionale per la Bioetica e dell’Istituto superiore di Sanità, confermati da studi internazionali.
E allora è doveroso porre la domanda più fondamentale e conturbante di tutte, perché mette in crisi il giudizio di un perfetto funzionamento della legge: «Il concepito è un essere umano?». La risposta positiva è stata data più volte dal Comitato nazionale per la Bioetica, ma anche dalla Corte costituzionale nel momento stesso in cui ha legittimato l’aborto volontario (sentenza n. 27 del 1975) e quando nel 1997 (sentenza n. 35) ha affermato che il riconoscimento del diritto alla vita del concepito è contenuto anche nell’articolo 1 della legge 194/1978. Nelle sentenze 229 del 2015 e 84 del 2016 la Corte ha detto che l’embrione umano non è una cosa; dunque è qualcuno. In caso di dubbio residuale chiediamo: «Il principio di precauzione vale solo nel campo ecologico o riguarda in primo luogo la vita umana?».
Quando un barcone di migranti naufraga le ricerche devono continuare finché residua anche il minimo dubbio dell’esistenza in vita anche solo di un naufrago. La relazione ministeriale non dice se l’applicazione della legge ha aiutato a nascere dei bambini, e nulla si dice sul sostegno al volontariato che in quarant’anni ha salvato quasi 300.000 bambini in viaggio verso la nascita e restituito serenità e fiducia alle loro mamme. Perché?
Un altro ordine di interrogativi riguarda la prevenzione, che tra l’altro dovrebbe essere contemplata nella relazione la quale continua ad affidare la prevenzione alla sola contraccezione - non considerando tra l’altro che la cosiddetta “contraccezione di emergenza”, se il concepimento è avvenuto, è uno strumento abortivo – e non riflette sul fatto che gli altri Stati del mondo in cui la contraccezione è più diffusa sono più alti gli indicatori degli aborti (tasso di abortività e rapporto di abortività).
Tuttavia, in tema di prevenzione dell’aborto la domanda seria è questa: «È vero o no che il massimo fattore di prevenzione dell’aborto è il riconoscimento dell’individualità umana del figlio che restituisce alla donna l’istinto di maternità e il coraggio di affrontare le difficoltà?»; «cosa ha fatto lo Stato in questa direzione a livello culturale ed educativo?». Eppure la legge parla di tutela della vita umana fin dall’inizio, di rimozione delle cause che conducono all’aborto, di offerta di alternative.
Cosa lo Stato e le strutture pubbliche hanno fatto e fanno in questa direzione non è dato sapere. Ancora una volta emerge dalla relazione una carenza che non possiamo ignorare: l’attenzione è concentrata quasi esclusivamente sul numero degli aborti, mentre resta in ombra la cosiddetta “preferenza per la nascita” a cui è collegato il diritto all’obiezione di coscienza – trascurato anch’esso nella relazione –, ulteriore conferma della piena umanità dei figli concepiti, esseri umani come noi. Dunque l’aborto legale è l’ingiustizia estrema, perché consente l’uccisione dei più piccoli, indifesi, innocenti e poveri tra gli esseri umani; un numero di vittime la cui estensione non è certo inferiore a quella delle guerre.
La debolezza della cosiddetta preferenza per la nascita è dovuta alla mancanza di un riconoscimento forte e chiaro che il concepito è un essere umano a pieno titolo.
È urgente uno sforzo comune perché il riconoscimento del concepito come uno di noi divenga patrimonio comune della intera società italiana perché conforme alla ragione, alla scienza moderna, alla cultura giuridica che ha per fondamento la dignità umana, l’eguaglianza e i diritti dell’uomo. Auspichiamo che tutte le istituzioni pubbliche a ogni livello promuovano iniziative per aiutare le madri e le famiglie in difficoltà a causa di una gravidanza difficile o non attesa affinché ogni figlio possa comunque essere accolto. Che il riconoscimento della dignità umana e del conseguente diritto alla vita di tutti sia ragione di riconciliazione e dialogo nella società civile!
Marina Casini è presidente del Movimento per la Vita italiano
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