«Noi malati di Sla, il Papa e la certezza di appartenere a un popolo»

di Grazia Micarelli
«È difficile spiegare a chi non vive una condizione di fragilità cosa significhi sentirsi continuamente costretti ad adeguarsi ai tempi frenetici del mondo. Quel giorno è accaduto il contrario, come per un soffio dello Spirito. La città si è fermata». Due mesi dopo, ecco cosa ha scolpito la memorabile udienza del Papa ad AiSla in Vaticano
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June 30, 2026
«Noi malati di Sla, il Papa e la certezza di appartenere a un popolo»
Al termine dell'udienza del 9 maggio alla delegazione di AiSla il Papa si è soffermato con ciascuno degli oltre 200 partecipanti
Quando Teresa è partita dalla Toscana insieme a Pasquale, suo marito, il Papa stava già camminando accanto a loro, anche se forse lei non ci stava pensando in quel momento. Chi vive con la Sla sa, e lo sa nel profondo dell'anima e non soltanto nel corpo, che ogni viaggio comincia molto prima della partenza. Comincia nei giorni di preparazione, nei farmaci da controllare con premura, nel respiratore da caricare con pazienza, nelle telefonate, nelle verifiche, in quelle piccole attenzioni quotidiane che trasformano ogni spostamento in una piccola impresa collettiva, quasi un miracolo silenzioso.
Eppure, nonostante la fatica, quella fatica che a volte pesa come una croce, Teresa è partita. Come sono partiti Francesco dalla Calabria, Claudio da Parma, decine di famiglie dalla Sicilia, dal Piemonte, dal Trentino, dal Friuli-Venezia Giulia. Oltre duecento persone hanno attraversato l'Italia per raggiungere Roma, il 9 maggio. A guardarle oggi nelle fotografie si potrebbe pensare a una delegazione. In realtà erano molto di più. Erano inconsapevolmente il popolo del Papa in cammino, che andava a incontrare sé stesso.
Ed è forse questa la cosa più sorprendente, la più toccante, accaduta nei due giorni vissuti da AiSla nella Capitale. Perché tutti pensavano di andare a incontrare il Papa, ma lungo il cammino hanno scoperto qualcosa che raramente si rende visibile nella vita quotidiana: l'esistenza concreta di appartenere a un popolo. Un popolo silenzioso, disperso nelle città e nei paesi d'Italia, che normalmente porta la propria croce dentro le mura di casa, nei reparti ospedalieri, nei centri clinici, nelle sedi associative. Un popolo che per due giorni ha assunto un volto, una voce, una consistenza. Dio non abbandona i suoi figli. Li raduna, anche quando il mondo li dimentica.
Lo si è capito già la mattina del corteo. Quando la Fanfara a cavallo della Polizia di Stato ha aperto il cammino lungo via della Conciliazione e Roma, improvvisamente, ha cambiato ritmo. È difficile spiegare a chi non vive una condizione di fragilità cosa significhi sentirsi continuamente costretti ad adeguarsi ai tempi frenetici del mondo. Quel giorno è accaduto il contrario, come per un soffio dello Spirito. La città si è fermata. Ha rallentato. Ha fatto spazio. Per qualche minuto non sono state le persone con Sla a inseguire il passo degli altri. È stato il mondo ad adattarsi al loro. E dentro quel gesto apparentemente semplice c'era qualcosa di profondamente evangelico: il riconoscimento di una presenza. Come Gesù, che si fermava sempre davanti ai più fragili, prima ancora di parlare.
Quando poi l'Inno nazionale ha attraversato Piazza San Pietro, molti hanno raccontato di essersi commossi. Non per ragioni patriottiche, non per la solennità del momento. Ma perché in quel suono sembrava esserci il riconoscimento di un'Italia che raramente viene vista, un'Italia che spesso vive nell'ombra ma che porta in sé una luce straordinaria. L'Italia dei malati di Sla. Dei familiari. Dei volontari. Delle persone che ogni giorno affrontano la malattia senza clamore, con quella dedizione silenziosa che è la più alta forma d'amore. L'Italia della cura. L'Italia che assomiglia al Vangelo.
Forse è per questo che le parole di Papa Leone XIV sono risuonate con una forza così particolare, come seme che cade su terra buona. Quando ha ringraziato la comunità AiSla per il coraggio e ha invitato a «rispondere con gesti di cura alla cultura dello scarto», molti hanno avuto la sensazione di ascoltare qualcosa che apparteneva già alla loro esperienza quotidiana, alla loro fede vissuta. E quando ha ricordato che il dolore e la sofferenza non possono fermare l'amore, quelle parole non sono sembrate una consolazione.
Erano la descrizione di ciò che aveva davanti agli occhi: mariti e mogli che continuano a scegliersi ogni giorno, figli che accompagnano i genitori con dedizione, volontari che diventano famiglia, amicizie nate attorno alla malattia e trasformate in legami che il tempo non spezza. Questo è il Vangelo che si fa carne.
Eppure, parlando con chi era presente, emerge un altro elemento inatteso, il più prezioso. Nessuno racconta per prima cosa il discorso del Papa. Nessuno parla della magnificenza del Vaticano o del protocollo dell'udienza. Tutti parlano di lui. Della sua umanità luminosa. Del suo sorriso disarmante. Della sua attenzione capace di far sentire ognuno unico, visto, amato. Della sensazione di trovarsi davanti a una persona capace di guardare davvero chi avesse davanti, con gli occhi di Dio.
Per una comunità che spesso teme di essere identificata attraverso la propria condizione, questo ha avuto un significato immenso, quasi sacramentale. Le persone con Sla non si sono sentite ricevute. Si sono sentite accolte, abbracciate. E c'è una differenza profonda, infinita, tra le due cose. L'accoglienza vera è un gesto divino.
Francesco, tornato in Calabria, ha scritto che la benedizione ricevuta era stata come «un abbraccio invisibile e immenso da parte di Dio». In quella frase, semplice e commovente, c'è probabilmente il sentimento condiviso da molti cuori. Perché l'impressione più forte non è stata quella di partecipare a un evento istituzionale. È stata quella di essere riconosciuti. Di essere guardati come persone prima che come malati. Di essere incontrati da qualcosa, o meglio, da Qualcuno che va al di là di ogni protocollo e di ogni circostanza. Chi ha fede sa che il Signore parla attraverso i gesti umani. Quel giorno, in Piazza San Pietro, ha parlato chiaramente.
L'eco di quel momento ha attraversato rapidamente i confini italiani, come accade alla luce quando non incontra ostacoli. Perfino la Als Association statunitense ha rilanciato il messaggio rivolto alla comunità AiSla, riconoscendo in quelle parole qualcosa che appartiene a tutti, indipendentemente dalla lingua o dal Paese. Perché la fragilità possiede una grammatica universale, scritta nel cuore di ogni essere umano. E la cura autentica, quella che nasce dall'amore e non dalla compassione che guarda dall’alto, viene riconosciuta ovunque, perché porta in sé qualcosa di eterno.
Poi è arrivato il 21 giugno, giorno del Global Day e della Giornata Mondiale sulla Sla, solstizio d'estate, quando la luce raggiunge il suo punto più alto, quasi a volerci ricordare che il buio non ha l'ultima parola. Forse non è soltanto una coincidenza. Chi vive accanto al limite, e chi crede, sviluppa un rapporto particolare con la luce. Impara a cercarla anche nei giorni più bui. A custodirla come un dono prezioso. A riconoscerla negli occhi di chi resta, di chi non scappa, di chi sceglie l'amore anche quando costa.
Per due giorni quella luce è stata visibile a Roma, quasi tangibile. Negli occhi di Teresa. Nella commozione di Francesco. Nei volontari che hanno accompagnato Claudio. Nelle famiglie arrivate da ogni angolo d'Italia. Nella comunità che finalmente ha potuto vedersi intera, e riconoscersi figlio di un unico Padre.
Alla fine, forse, il dono più grande che la comunità AiSla ha ricevuto non è stato solo l'incontro con papa Leone XIV, per quanto prezioso e indimenticabile. È stata la grazia di scoprire di essere molto più grande della somma delle proprie fragilità. Di scoprire che la debolezza, quando viene condivisa e offerta con amore, diventa forza. Che la sofferenza, quando non viene vissuta in solitudine, porta in sé i semi di una risurrezione quotidiana.
Alla fine, siamo tutti tornati a casa con la certezza di essere stati incontrati da qualcosa di più grande. E quella certezza al contrario della Sla, nessuno potrà mai toglierla.
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