«Morte come risposta al dolore è di società che scartano i deboli»

Una voce allarmata dalla legge sul fine vita. Depressi, emarginati, poveri, disabili: cosa rischiamo con l’aiuto al suicidio. Chi vuole vivere sentirebbe su di sé la pressione a farsi da parte. Neppure le cure palliative potrebbero ribaltare l'esito dello scontro
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July 10, 2026
«Morte come risposta al dolore è di società che scartano i deboli»
Paola Binetti
Manca poco più di un an­no alla fine della legisla­tura e i temi etici ad alta densità divisiva, come ad esempio il dise­gno di legge sul fine vita, tornano a campeg­giare nel dibattito politico, marcando con­fini che è ben difficile superare per gli uni e per gli altri. Il confronto non è tanto sul­la vita o sulla morte, quanto piuttosto tra un individualismo autoreferenziale, come pretende il principio di autodeterminazio­ne, e un approccio ben più solidale, frater­no, come le radici cristiane sembrano re­clamare fin dai loro primissimi tempi.
Il disegno di legge sul fine vita, a prima fir­ma Zullo-Zanettin, dopo un breve passag­gio nell’Aula del Senato ai primi di giugno, è tornato in Commissione non solo per provare ancora una volta di cercare una convergenza con il Campo largo della Si­nistra, ostinatamente legato al disegno di legge Bazoli, ma anche per verificare il ruo­lo del Servizio sanitario nazionale, pensan­do al ruolo di medici e infermieri. Nodo difficile da sciogliere, proprio perché in­trinsecamente contraddittorio.
Intanto si sta facendo sentire, con un’ur­genza sempre maggiore, la voce delle per­sone più fragili. La voce di chi vuole vivere nonostante la sua fragilità perché proprio a questa è riuscito a dare un senso grazie all’aiuto e alla solidarietà degli altri – fami­glia in primis – come anche delle diverse istituzioni. Spesso si tratta di persone con disabilità, che temono questa legge per una ragione quasi ovvia. Consapevoli dei pro­pri limiti, hanno paura che la sottile cultu­ra del sospetto faccia leva sul basso livello di performance inducendo ad attribuire alla loro condizione una scarsa qualità di vita, in un clima di fatto ostile verso le per­sone ritenute un peso per l’intera società e non solo per il Servizio sanitario naziona­le. Continuare a vivere quando si è dipen­denti da un sistema che sottolinea conti­nuamente le loro fragilità, senza offrire al­ternative degne di nota, sembra un’offesa alla cultura contemporanea che ha nel suc­cesso e nel profitto i suoi veri determinan­ti di salute.
Ci sono e sono moltissime le persone che pur essendo un peso per sé stessi, per la propria famiglia, per la società, vorrebbe­ro comunque continuare a vivere, accet­tando coraggiosamente, sia pure faticosa­mente, le loro difficoltà. Una legge che ren­desse possibile morire quando e come si vuole, liberando i familiari dall’onere del­la cura, potrebbe scaricare su di loro ulte­riori, forti sensi di colpa. La persona fini­rebbe col sentirsi costretta in una morsa che si stringe sempre di più intorno a lei, determinando una sindrome che è stata definita come “suicidio psicologico”. Lo stesso desiderio di vivere, la rassegnazio­ne ad accettare una vita apparentemente compromessa, potrebbero diventare una colpa, nello sguardo di chi si aspetta che la morte intervenga a liberare il paziente e i suoi familiari da una sofferenza consi­derata inutile. La legge, facilitando la mor­te del soggetto attraverso il suicidio assisti­to, e depenalizzando chi lo aiuta a morire, rappresenterebbe l’inevitabile piano inclinato lungo il quale va prendendo forma il desiderio di morire, una specie di impera­tivo per liberare gli altri dalla sofferenza.
In altri termini, una legge che legittimas­se il suicidio assistito, quando il soggetto non sembra in grado di far da sé, non ri­uscendo neppure a suicidarsi material­mente, creerebbe un clima drammatico in cui l’opzione per la morte è sempre più imperativa e chi vuole vivere stenta a riaf­fermare il valore della vita. Non c’è solo una persona che muore suicida per l’inter­vento di altri: c’è una intera società che pri­ma o poi suggerirebbe ai più fragili come e quando morire, e una società malata in cui il vivere diventa ragionevole solo se si è in perfetta forma fisica. È il rischio della legge: creare le condizioni culturali per mettere in pole position la morte, lascian­do la vita solo sullo sfondo, con la sua uto­pia di un successo irraggiungibile ai più. Tra i fragili allora ci sarebbero i tanti de­pressi, i poveri, gli emarginati, le persone con disabilità, e neppure le cure palliative basterebbero più a ribaltare l’esito di que­sto scontro tra il desiderio di vivere e l’ine­luttabile raffronto con la morte.
Oggi per ottenere l’approvazione della leg­ge l’attenzione sembra concentrarsi sulle cure palliative, la loro intensità e la loro qua­lità. Un obiettivo indubbiamente necessa­rio ma insufficiente, perché la cultura del tempo sta rubando senso a una vita che non sia perfetta nella forma e nella sua apparente sostanza. Una vita in cui il succes­so è misurato dalla autonomia individua­le, materiale e decisionale, economica e af­fettiva, senza ferite di qualsiasi origine. Una utopia irraggiungibile, che sta mietendo vittime di ogni tipo in tutti i Paesi in cui la legge vige da tempo. E per questo l’unica alternativa possibile oggi è ancora insiste­re sulle cure palliative: la sola cosa buona che una possibile legge può ancora pro­porre e tutelare.

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