«Morte come risposta al dolore è di società che scartano i deboli»
Una voce allarmata dalla legge sul fine vita. Depressi, emarginati, poveri, disabili: cosa rischiamo con l’aiuto al suicidio. Chi vuole vivere sentirebbe su di sé la pressione a farsi da parte. Neppure le cure palliative potrebbero ribaltare l'esito dello scontro

Manca poco più di un anno alla fine della legislatura e i temi etici ad alta densità divisiva, come ad esempio il disegno di legge sul fine vita, tornano a campeggiare nel dibattito politico, marcando confini che è ben difficile superare per gli uni e per gli altri. Il confronto non è tanto sulla vita o sulla morte, quanto piuttosto tra un individualismo autoreferenziale, come pretende il principio di autodeterminazione, e un approccio ben più solidale, fraterno, come le radici cristiane sembrano reclamare fin dai loro primissimi tempi.
Il disegno di legge sul fine vita, a prima firma Zullo-Zanettin, dopo un breve passaggio nell’Aula del Senato ai primi di giugno, è tornato in Commissione non solo per provare ancora una volta di cercare una convergenza con il Campo largo della Sinistra, ostinatamente legato al disegno di legge Bazoli, ma anche per verificare il ruolo del Servizio sanitario nazionale, pensando al ruolo di medici e infermieri. Nodo difficile da sciogliere, proprio perché intrinsecamente contraddittorio.
Intanto si sta facendo sentire, con un’urgenza sempre maggiore, la voce delle persone più fragili. La voce di chi vuole vivere nonostante la sua fragilità perché proprio a questa è riuscito a dare un senso grazie all’aiuto e alla solidarietà degli altri – famiglia in primis – come anche delle diverse istituzioni. Spesso si tratta di persone con disabilità, che temono questa legge per una ragione quasi ovvia. Consapevoli dei propri limiti, hanno paura che la sottile cultura del sospetto faccia leva sul basso livello di performance inducendo ad attribuire alla loro condizione una scarsa qualità di vita, in un clima di fatto ostile verso le persone ritenute un peso per l’intera società e non solo per il Servizio sanitario nazionale. Continuare a vivere quando si è dipendenti da un sistema che sottolinea continuamente le loro fragilità, senza offrire alternative degne di nota, sembra un’offesa alla cultura contemporanea che ha nel successo e nel profitto i suoi veri determinanti di salute.
Ci sono e sono moltissime le persone che pur essendo un peso per sé stessi, per la propria famiglia, per la società, vorrebbero comunque continuare a vivere, accettando coraggiosamente, sia pure faticosamente, le loro difficoltà. Una legge che rendesse possibile morire quando e come si vuole, liberando i familiari dall’onere della cura, potrebbe scaricare su di loro ulteriori, forti sensi di colpa. La persona finirebbe col sentirsi costretta in una morsa che si stringe sempre di più intorno a lei, determinando una sindrome che è stata definita come “suicidio psicologico”. Lo stesso desiderio di vivere, la rassegnazione ad accettare una vita apparentemente compromessa, potrebbero diventare una colpa, nello sguardo di chi si aspetta che la morte intervenga a liberare il paziente e i suoi familiari da una sofferenza considerata inutile. La legge, facilitando la morte del soggetto attraverso il suicidio assistito, e depenalizzando chi lo aiuta a morire, rappresenterebbe l’inevitabile piano inclinato lungo il quale va prendendo forma il desiderio di morire, una specie di imperativo per liberare gli altri dalla sofferenza.
In altri termini, una legge che legittimasse il suicidio assistito, quando il soggetto non sembra in grado di far da sé, non riuscendo neppure a suicidarsi materialmente, creerebbe un clima drammatico in cui l’opzione per la morte è sempre più imperativa e chi vuole vivere stenta a riaffermare il valore della vita. Non c’è solo una persona che muore suicida per l’intervento di altri: c’è una intera società che prima o poi suggerirebbe ai più fragili come e quando morire, e una società malata in cui il vivere diventa ragionevole solo se si è in perfetta forma fisica. È il rischio della legge: creare le condizioni culturali per mettere in pole position la morte, lasciando la vita solo sullo sfondo, con la sua utopia di un successo irraggiungibile ai più. Tra i fragili allora ci sarebbero i tanti depressi, i poveri, gli emarginati, le persone con disabilità, e neppure le cure palliative basterebbero più a ribaltare l’esito di questo scontro tra il desiderio di vivere e l’ineluttabile raffronto con la morte.
Oggi per ottenere l’approvazione della legge l’attenzione sembra concentrarsi sulle cure palliative, la loro intensità e la loro qualità. Un obiettivo indubbiamente necessario ma insufficiente, perché la cultura del tempo sta rubando senso a una vita che non sia perfetta nella forma e nella sua apparente sostanza. Una vita in cui il successo è misurato dalla autonomia individuale, materiale e decisionale, economica e affettiva, senza ferite di qualsiasi origine. Una utopia irraggiungibile, che sta mietendo vittime di ogni tipo in tutti i Paesi in cui la legge vige da tempo. E per questo l’unica alternativa possibile oggi è ancora insistere sulle cure palliative: la sola cosa buona che una possibile legge può ancora proporre e tutelare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





