Seveso, la diossina, gli aborti. E i bambini “salvati” dall’arcivescovo
Nell’estate di cinquant’anni fa il disastro dell’Icmesa con la nube di diossina sulla città brianzola scatenò una campagna per interrompere le gravidanze per il sospetto (infondato) di malformazioni fetali. A battersi per fermare gli aborti il cardinale Giovanni Colombo e la Chiesa ambrosiana

Il 22 maggio del 1998 un gruppo di ragazzi ventenni, provenienti dalla cittadina lombarda di Seveso, nel territorio dell’arcidiocesi di Milano, si diressero in Vaticano indossando magliette bianche con la scritta: “Grazie Cardinal Colombo”. La stessa frase fu stampata su un grande striscione da loro innalzato quello stesso giorno nell’Aula Paolo VI, durante l’udienza concessa da Giovanni Paolo II a migliaia di aderenti al Movimento per la Vita.
Il cardinale Giovanni Colombo, che era stato arcivescovo di Milano per più di tre lustri, dal 1963 al 1979, era scomparso sei anni prima, il 20 maggio del 1992, ma quei giovani, nati tra il 1976 e il 1977, con quel gesto inusuale, riconoscevano di essergli debitori della loro stessa vita. Cinquant’anni fa, nell’estate del 1976, l’allora arcivescovo di Milano si era infatti rivolto, con caparbia determinazione, ai loro genitori, dopo il disastro ambientale che aveva investito il comune di Seveso e quelli limitrofi, in seguito alla fuoriuscita di una nube fortemente tossica di diossina, che aveva invaso l’area. Si era sparsa pertanto la voce che quella tossicità avrebbe potuto arrecare gravi malformazioni ai nascituri e l’opinione pubblica fu sensibilizzata sulla possibilità che, per le donne gravide della zona, fosse resa attuabile l’interruzione volontaria della gravidanza, non ancora riconosciuta lecita dallo Stato, ma sulla cui legalizzazione, proprio in quegli anni, si dibatteva in Parlamento (la legge arrivò poi nel maggio 1978).
Il cardinale Colombo implorò le donne che attendevano un figlio a non lasciarsi prendere dalla paura e a non credere «a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi». E qualche giorno dopo, per scongiurare il rischio che qualcuna di quelle vite innocenti potesse essere soppressa mediante aborti terapeutici, l’arcivescovo si fece portavoce della disponibilità di alcune famiglie della diocesi ambrosiana ad adottare i bambini che, a causa dell’incidente di Seveso, fossero eventualmente nati deformi, «così da accendere una piccola, necessaria, speranza in chi non si sente di accedere all’aborto e teme di non avere la forza di tenere presso di sé un figlio minorato».
La soluzione prospettata da Colombo incoraggiò molte donne a portare a termine la gravidanza. A dispetto delle più fosche previsioni, nessuno dei bimbi nati nei mesi successivi all’incidente riportò menomazioni o deformità. All’inizio di agosto l’arcivescovo si recò a Seveso per visitare la popolazione locale duramente colpita e celebrò una Messa davanti a 1.500 persone, incoraggiandole ed esortandole a non restare inermi di fronte al disastro che aveva colpito quel territorio.
Proprio l’arcidiocesi di Milano, su impulso del cardinale Colombo, nell’agosto del 1976 costituì un Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento (Udac), con sede presso il Centro parrocchiale di Seveso, che divenne in breve tempo un punto di riferimento molto importante per la gente del luogo, costretta ad abbandonare l’area contaminata. A cura dell’Udac, che era guidato dal medico Ambrogio Bertoglio, venne inoltre pubblicato il giornale Solidarietà, animato da monsignor Gervasio Gestori, futuro vescovo di San Benedetto del Tronto, insieme al quale collaborarono pure altri degli allora docenti del Seminario di Venegono, tra i quali il futuro cardinale e arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi e monsignor Giovanni Battista Guzzetti. Nel periodo immediatamente successivo al disastro, per oltre un anno, il periodico arrivò a distribuire circa 60mila copie, battendosi – accanto ad Avvenire sul piano nazionale – per la difesa della vita umana, particolarmente di quella nascente.
A questo proposito il 10 settembre e il 19 ottobre del 1976 la Conferenza episcopale italiana emise due comunicati con i quali deprecò la strumentalizzazione dell’incidente di Seveso compiuta nei confronti dell’opinione pubblica e indisse per il 2 gennaio 1977 una giornata di preghiera e di riflessione. Il 23 aprile del 1977 una futura mamma di Seveso portò la sua testimonianza alla grande manifestazione per la “Celebrazione della vita” che si tenne allo stadio San Siro di Milano alla presenza di oltre settantamila persone, della quale fu ospite anche Madre Teresa di Calcutta, invitata e accompagnata dal cardinale Colombo.
Costante fu l’attenzione riservata dal presule lombardo alle questioni legate alla pastorale familiare e l’impegno profuso in maniera concreta e incisiva per tutelare e promuovere la famiglia cristiana e la vita nascente, seguendo il solco tracciato da Giovanni Battista Montini, di cui fu strettissimo collaboratore come vescovo ausiliare e poi successore sulla cattedra di Ambrogio.
Montini infatti, con la sua meditata lettera pastorale Per la Famiglia Cristiana, del febbraio 1960, e ancor prima con il Sinodo minore diocesano, convocato nel 1959 per discutere sul tema del matrimonio e della famiglia, aveva avviato un’articolata riflessione su questi argomenti, alla quale Colombo non si sottrasse, ma che anzi volle proseguire. Sulle tematiche connesse all’educazione cristiana, in rapporto alla famiglia, il cardinale era intervenuto già durante il Concilio, ed è grazie alle acquisizioni conciliari, per Colombo, che la Chiesa ha raggiunto una visione del matrimonio e della famiglia più integrale, più equilibrata, più rasserenatrice, dunque più evangelica. Commentando l’enciclica Humanae vitae promulgata da Paolo VI nel 1968, il suo successore sulla cattedra ambrosiana richiamò i fedeli al senso ultimo e provvidenziale che governa ogni evento della vita umana, ponendo quindi anche il matrimonio e la creazione della famiglia in una prospettiva trascendente.
Negli anni del suo episcopato, per tutelare l’istituzione familiare, minacciata dall’introduzione della legge sul divorzio nella giurisprudenza italiana – confermata poi dal referendum popolare del 1974 – e, successivamente, dalla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, Colombo aveva avviato sin dal 1970 i Programmi pastorali incentrati sulla pastorale dei sacramenti e la famiglia. Tali Programmi pastorali della diocesi di Milano anticiparono i Piani pastorali della Conferenza episcopale italiana, impostati su “Evangelizzazione e sacramenti”, che furono proposti a partire dal 1973. Sempre cinquant’anni fa, quando nell’ottobre 1976 la Cei organizzò a Roma il I Convegno ecclesiale nazionale su “Evangelizzazione e promozione umana”, nel territorio ambrosiano si esaminava “L’originalità cristiana della famiglia per l’evangelizzazione e la promozione umana”. L’insistenza, nella pastorale milanese, sulla tematica familiare connessa ai sacramenti era dovuta alla profonda convinzione del cardinale Colombo che solo indugiando sulle medesime questioni si sarebbe alimentato un vero costume pastorale, determinando «concreti e saldi comportamenti cristiani». Proprio a margine del Convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, Paolo VI volle incontrare e ringraziare personalmente i responsabili dell’Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento di Seveso, ricevendoli il 31 ottobre 1976 e manifestando loro il suo apprezzamento per la testimonianza di fede e coraggio offerta e per la concreta attività compiuta a beneficio della popolazione colpita, non solo a Seveso ma pure nei territori limitrofi.
Alla gente di Seveso il Papa rivolse il suo pensiero anche la vigilia di Natale del 1976, e il 24 dicembre indirizzò un messaggio al cardinale Colombo esprimendo la sua vicinanza alle famiglie della diocesi ambrosiana, a lui tanto cara, «forzatamente lontane dalle loro abitazioni e alloggiate in alberghi di fortuna». «Intimamente partecipi ai loro disagi – scriveva il Pontefice – noi ci facciamo pellegrini nel desiderio e bussiamo alle loro porte per recare una parola di conforto e di cristiana speranza e mentre sollecitiamo ancora la fattiva solidarietà di tutti a cominciare dai responsabili della cosa pubblica affidiamo questi diletti figli alla particolare protezione di Maria Vergine e di san Giuseppe che ben conobbero l’amarezza di non poter offrire al neonato Redentore il tepore accogliente della loro casa lontana. Le saremo grati – chiedeva Paolo VI al cardinale Colombo – se vorrà farsi interprete di questi nostri sentimenti presso i cittadini di Seveso ai quali impartiamo di cuore una speciale Benedizione Apostolica propiziatrice di quella pace che gli angeli annunziarono nella notte santa».
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