La dignità negata? È nelle cure palliative che mancano
di Gianlorenzo Scaccabarozzi
Alle voci del confronto sul fine vita si aggiunge la "Carta di Milano" proposta dalla Fondazione Floriani. Per una sanità che misuri la propria qualità anche da come accompagna ogni persona nella malattia, nella fragilità, nella fase avanzata della vita, fino alla fine

La qualità di una società si misura da come accoglie e accompagna le persone più vulnerabili. Che nessuno muoia solo, che nessuno soffra per mancanza di cure, che nessun professionista sia lasciato senza strumenti, che nessuna famiglia affronti la malattia senza sostegno, che nessun bisogno resti invisibile fino a diventare ritardo, inadeguatezza, assenza sono un dovere primario di ogni società.
Viviamo un tempo in cui la medicina realizza cose straordinarie. Eppure, proprio questa medicina, capace di prolungare la vita, di intervenire sulle malattie più complesse, di aprire possibilità un tempo impensabili, rischia di smarrire ciò che la rende profondamente umana, la capacità di riconoscere il limite, di alleviare e non abbandonare: le cure palliative.
Le cure palliative non sono una resa, sono la risposta clinica, civile ed etica al bisogno più antico ed ineludibile dell’umanità: curare quando non si può più guarire.
Oggi nel nostro Paese le cure palliative sono un diritto, ma nella pratica non sempre realmente esigibile, accessibile e tempestivo. Quando l’accesso dipende dal luogo in cui si vive, dall’età, dalla diagnosi o dalla capacità del sistema di intercettarlo, questo diritto spesso si trasforma in una promessa incompiuta: una cura mancata.
La Carta di Milano, recentemente presentata, nasce come conclusione del convegno scientifico “Cinquant’anni con cura” promosso il 23 maggio da Fondazione Floriani Ets in occasione dei suoi 50 anni di attività. Invita a compiere un passo di maturità collettiva che trasformi le buone norme in diritti realmente esigibili, le parole in risorse, le promesse in équipe adeguatamente formate attraverso reti capaci di raggiungere ogni persona, ogni bambino e ogni famiglia, in hospice, al domicilio e in ospedali, con l’attenzione ai bisogni più complessi. Prendersi cura delle persone in questi contesti significa assumere una responsabilità condivisa, continua e competente che non si esaurisce nell’atto tecnico ma si radica nel tempo, nella fiducia e nella pratica della giustizia per superare la cura mancata.
È cura mancata quando le cure palliative non arrivano nel tempo giusto e nel luogo di vita, quando il bisogno della persona non viene riconosciuto precocemente, quando le cure disponibili non sono adeguate alla complessità della sofferenza, quando le scelte terapeutiche non sono appropriate o proporzionate, fino all’accanimento terapeutico.
È cura mancata quando le decisioni più difficili non sono sostenute da un confronto etico, condiviso e competente, quando i bambini, i ragazzi e le loro famiglie incontrano troppo tardi una rete capace di accompagnarli, quando formazione e ricerca non sono abbastanza sviluppate per preparare i professionisti, i sistemi e le comunità al complesso impegno del prendersi cura.
Per questo la Carta con le azioni proposte auspica una sanità che misuri la propria qualità anche dalla dignità con cui accompagna ogni persona nella malattia, nella fragilità, nella fase avanzata della vita, fino alla fine. (www.fondazionefloriani. eu/carta-di-milano)
Professore di Medicina palliativa, Università degli studi di Milano Bicocca
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