Multidisciplinarità per trovare soluzioni alle trappole tecnologiche

di Leandro Pecchia
L'intelligenza artificiale generativa fa leva sulla nostra vanità e ci offre quello che vogliamo sentire
May 4, 2026
Multidisciplinarità per trovare soluzioni alle trappole tecnologiche
Leandro Pecchia
Con la pagina di “S&V Focus Plus” pubblicata su "Avvenire" il 1° maggio, prosegue la presentazione del documento “Inquinamento digitale” del Centro Studi Scienza & Vita. Già due settimane fa erano stati alcuni consiglieri di S&V a riassumere i principali contenuti dello studio, evidenziandone le possibili direttrici di approfondimento. In questo secondo appuntamento, abbiamo voluto coinvolgere tre esperti “esterni”, con differenti competenze (filosofia, economia, ingegneria) a cui abbiamo chiesto di leggere e commentare – nella loro prospettiva specifica – il nostro documento, sottolineando quegli aspetti che, alla loro considerazione, sono risultati maggiormente significativi e utili per ulteriori ricerche e indagini. (Maurizio Calipari) 
L’inquinamento digitale è reale: una breve email consuma 0,3 g di CO2, e ne scambiamo centinaia quotidianamente; Zero Waste Scotland riportava nel 2024 che in una settimana una chat WhatsApp di gruppo può arrivare a 2,35 kg di CO2, come venti chilometri in auto. Non parliamo dello streaming o del gaming. Sono stime, ma credibili, e potrei continuare, ma non c’è tempo.
Le altre rivoluzioni tecnologiche concedevano una generazione, talvolta due, per assimilarne il senso prima di doverne fare i conti con le conseguenze. Noi ancora fatichiamo a capire il potenziale degli strumenti digitali e già dobbiamo misurarne gli impatti, non tutti positivi: appena avevamo trovato il modo di rimanere a galla poggiando le punte dei piedi per respirare, è arrivata l’onda dell’Intelligenza artificiale (IA) e ci ha rimessi sott’acqua.
A questa fretta si somma quella che chiamo ignoranza prossimale: mai come oggi l’uomo vive immerso in strumenti che non comprende. I nostri antenati usavano oggetti che sapevano costruire, smontare, riparare, e pretendevano dunque di farlo con tutti i nuovi concetti. Noi ci siamo rassegnati a non capire ciò che maneggiamo ogni giorno. Sto scrivendo queste righe con un dispositivo di cui la maggior parte degli utenti ignora architettura e consumi: allora la capacità critica scende di un livello. La cosa più inquietante è che le nuove generazioni – ambientalisti nativi – si immergono in questo mondo incompreso prima dell’età della ragione, prima che il loro pensiero critico sia formato. Proiettiamo poi quest’ignoranza prossimale su ogni aspetto della vita, fino a farne un nuovo modello (non) culturale. È come correre dal binario 9 e ¾ dietro all’Hogwarts Express che accelera: si rischia di non capire né dove va, né perché, e non si centra l’obiettivo: perdiamo il treno.
Da qui all’infodemia il passo è breve. Durante il Covid, l’Organizzazione mondiale della sanità descriveva così l’enorme massa di informazioni non verificabili riversate in rete e sui media, anche in buona fede. La conseguenza grave era già allora che il lettore restava solo davanti al compito di discernere ciò che è verificabile e confutabile – scientifico – da ciò che non lo era. Con il tempo che non c’è, va anche peggio: del Covid, come di altri eventi vitali per 12 ore, resta un ricordo vago, e con la fretta, in solitudine, e con le memorie sature la capacità di distinguere si dissolve. Dovrebbe valere qui il principio di minimizzazione che maturammo lavorando in Benin: serve un pensiero responsabile, un’azione responsabile e, spesso, anche un silenzio responsabile.
Mi spaventa, di tutto questo, proprio la solitudine digitale e il suo rischio di polarizzazione: il lettore fruisce dell’inquinamento da solo, esposto alle proprie trappole mentali. Availability bias (crediamo a ciò che ricordiamo più facilmente), framing bias (crediamo a una notizia in base al contesto in cui è presentata), effetto alone (crediamo in funzione del fascino di chi parla), confirmation bias (crediamo a ciò in cui già credevamo): potrei continuare. L’intelligenza artificiale generativa fa leva sulla nostra debolezza più antica, la vanità, e spesso ci restituisce non ciò che la macchina sa, ma ciò che essa crede vogliamo sentirci dire. Quindi dobbiamo trovare nuovi modi per aggregare persone e pensieri, scalandoli a massa critica.
Ma io sono un ottimista. Poche volte come ora ho visto intellettuali di formazioni diverse parlarsi e ascoltarsi davvero, spinti – e qui la storia sa ripetersi – dalla gravità del tempo che attraversiamo. Sono anni complessi, e l’unica difesa contro la complessità resta la multidisciplinarità: combinare saperi diversi e farlo alla pari. Proviamo a farlo bene e ad alta voce.
Leandro Pecchia è ingegnere all'Università Campus Bio-Medico di Roma

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