La corsa contro il tempo per salvare 45 bambini ucraini deportati da Mosca

Gli investigatori di Europol hanno ricostruito identità e percorsi di un nutrito gruppo di minori spariti nel 2022: li hanno localizzati anche nel Donbass occupato e in Bielorussia.
May 5, 2026
Alcuni bambini giocano su un carro armato russo danneggiatoed espostoa Kiev insieme ad altri mezzi di Mosca, tutti colpiti da attacchi dell’esercito ucraino / Ansa
Alcuni bambini giocano su un carro armato russo danneggiatoed espostoa Kiev insieme ad altri mezzi di Mosca, tutti colpiti da attacchi dell’esercito ucraino / Ansa
Si erano perse le tracce quattro anni fa, ma altri 45 bambini ucraini sono stati localizzati dagli investigatori europei in territori fedeli a Mosca. Riportarli indietro sarà la vera sfida. All’indomani degli annunci, separati e distinti, di una breve tregua da parte del presidente russo Vladimir Putin e dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky, la notizia riapre uno spazio minimo di speranza. Dopo che Mosca ha promesso di fermare le armi l’8 e 9 maggio, per le celebrazioni della vittoria nella Seconda guerra mondiale, Zelensky ha ordinato un cessate il fuoco da stasera a mezzanotte «perché la vita umana vale più di una celebrazione». Ha però precisato: «Agiremo in modo reciproco». Se le forze russe colpiranno, Kiev risponderà. Nelle stesse ore, è arrivata la conferma dell’operazione investigativa svolta il 16 e 17 aprile all’Aja, nella sede di Europol. Quaranta specialisti di diciotto Paesi, con rappresentanti della Corte penale internazionale e organizzazioni non governative, hanno lavorato su fonti aperte: fotografie, video, registri pubblici, social network, siti istituzionali russi e tracce geolocalizzabili. In 48 ore sono riusciti a ricostruire e localizzare 45 bambini. Il metodo è stato definito un “Osint hackathon”: analisi collettiva di dati accessibili, trasformati in piste investigative.
Nomi, percorsi, possibili destinazioni, immagini online. Dopo oltre quattro anni di guerra è una corsa contro il tempo. La sfida è impedire che quei volti scompaiano dentro nuovi registri, con identità riscritte. La prova digitale diventa così prova d’identità. Un’immagine, un documento o un profilo online possono aiutare a ricostruire una deportazione, tentare il rimpatrio e sostenerne la qualificazione penale. Le direttrici convergono su tre aree già note: territori ucraini occupati, Federazione russa e Bielorussia. È la mappa emersa in altre inchieste: minori prelevati da zone sotto controllo russo e trasferiti in campi, orfanotrofi, istituti o famiglie affidatarie, talvolta con nuova cittadinanza o inseriti in percorsi di rieducazione. Il risultato non è il recupero immediato, ma 45 dossier con rotte di trasporto, strutture di destinazione, identità di adulti coinvolti e unità sospettate di avere facilitato i trasferimenti. Riportarli a casa resta la parte più difficile, mentre emergono elementi utili per eventuali nuovi mandati di cattura. Il quadro giudiziario è già aperto. Nel marzo 2023 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Putin e Maria Lvova-Belova per il presunto crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori. Mosca respinge le accuse e sostiene di avere evacuato bambini per motivi di sicurezza. Ha inoltre condannato in contumacia a 15 anni il giudice Rosario Aitala. La deportazione non è l’unico fronte. C’è anche l’indottrinamento nei territori occupati. La rete investigativa giornalistica di “Occrp”, con KibOrg, Channel 24, Suspilne e Kyiv Independent, ha seguito per mesi il programma “Young Correspondents”, in russo “Yunkor”. Formalmente è un corso per giovani reporter. Nella sostanza, secondo i documenti analizzati, è un percorso di addestramento mediatico per adolescenti chiamati a produrre contenuti in favore dell’invasione e a muoversi dentro quella che Mosca definisce «guerra dell’informazione». Tra le storie simbolo c’è quella di una ragazza in camicia ricamata ucraina, un girasole in mano. È il 23 febbraio 2021. Parla in ucraino: «La lingua madre è il segno di un popolo». Quattro anni dopo compare in uniforme Yunarmia, il movimento giovanile militar-patriottico fondato nel 2016 dall’allora ministro della Difesa Sergei Shoigu, oggi destinatario di mandato della Corte penale internazionale. L’organizzazione dichiara oltre due milioni di iscritti e include anche le regioni ucraine annesse unilateralmente da Mosca. Secondo i documenti citati, nel 2023 e 2024 risultavano circa 140 «giovani corrispondenti» nelle aree occupate.
Il corso online, a cui un giornalista è riuscito ad accedere con credenziali reali, mostra un linguaggio in cui giornalismo, patriottismo e mobilitazione militare si sovrappongono. Ai ragazzi vengono insegnati video, social media, interviste, scrittura. Ma il perimetro è definito: «contenuti patriottici», sostegno all’«operazione militare speciale», contrasto alle narrazioni ucraine e occidentali. Tra loro c’è Marina, anche lei minorenne, nella regione di Kherson occupata. Nel 2023 pubblica selfie in mimetica su “VKontakte”, il social approvato dal Cremlino: «Servo la Russia». Il padre, Vitaly, nome di battaglia “Utyuzhok”, combatte per Mosca. Prima di partire avrebbe fondato un distaccamento locale di Yunarmia, poi guidato dalla figlia. Nella scuola nasce Yunarmia Pravda. Quasi tutti gli articoli parlano di guerra: Stalingrado, battaglie contro Napoleone, medici militari russi, soldati al fronte, giochi paramilitari. I ragazzi vengono spinti a partecipare a “Zarnitsa 2.0”, esercitazione di matrice sovietica. Squadre, ruoli militari, prove pratiche: montaggio e smontaggio di Kalashnikov, uso di maschere antigas, simulazioni di bonifica di mine. Un premio speciale spetta a chi apprende le tecniche della comunicazione propagandistica. Deportati o “arruolati”, a unire quei bambini è la stessa linea su cui avanza a guerra: non solo territori, ma identità.

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