In Francia a un anno dal voto lo scenario più probabile è una sfida tra leader estremisti

di Daniele Zappalà, Parigi
Domenica sera il "tribuno rosso” Jean-Luc Mélenchon si è candidato per la quarta volta alle elezioni presidenziali, dove ha già sfiorato il ballottaggio. Tra i lepenisti xenofobi si fa strada il giovane Bardella, in attesa di capire la sorte giudiziaria di Marine Le Pen. I moderati che sognano di emulare Macron sanno che questa volta la corsa sarà in salita
May 5, 2026
In Francia a un anno dal voto lo scenario più probabile è una sfida tra leader estremisti
Manifesti elettorali di Emmanuel Macron, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen durante la campagna elettorale del 2022 per l'Eliseo: il presidente francese in carica questa volta non parteciperà alla competizione / Reuters
Se le cosiddette “profezie che si autoavverano” orientano le scelte elettorali, la Francia avanza forse sul crinale più scivoloso della sua storia recente. Oltralpe, a un anno dalle presidenziali, si evoca di continuo l’ipotesi di un ballottaggio per l’Eliseo fra gli estremisti di destra e sinistra, ovvero i lepenisti xenofobi del Raggruppamento nazionale (Rn) e gli anticapitalisti di “La Francia insubordinata” (Lfi). Uno scenario che per milioni di elettori moderati suona come i dilemmi delle tragedie di Corneille. In altri termini, come si ripete spesso citando un adagio popolare, «scegliere fra peste e colera».
L’impressione si è rafforzata domenica sera, con l’ingresso ufficiale in lizza del “tribuno rosso” Jean-Luc Mélenchon. Dopo un avallo “bulgaro” dai maggiorenti del partito, il 74enne si è presentato al Tg serale più visto, annunciando il quarto assalto alla poltrona suprema, alla quale non potrà più aspirare Emmanuel Macron. Ogni argomento del leader radicale è parso una replica ben rodata alle obiezioni dei detrattori. Troppo in là in età? No, solo il candidato «meglio preparato». Un seminatore di discordia? Per nulla, dato che servono convinzioni nette e inscalfibili di fronte alle nuove bufere: «Entriamo in una stagione molto agitata della storia del mondo. Siamo minacciati da una guerra generalizzata, da un cambiamento spettacolare del clima, e abbiamo pure una crisi economico-sociale che ci arriva addosso». Il caro-carburante che affligge i lavoratori? Si nazionalizzi il colosso petrolifero Total. Il Paese traversato da tensioni sociali? Con Lfi, emergerà una «nuova Francia» pronta a valorizzare ogni meticciato e le radici culturali plurali. Fra gli altri punti programmatici: ritorno alla pensione a 60 anni, salario minimo legale a 1.600 euro, «bloccare i prezzi» contro l’inflazione, restaurare la patrimoniale speciale per gli ultraricchi la denuncia del «genocidio» a Gaza.
Inviso a tanti pure a sinistra, anche per gli scivoloni verbali ricorrenti, assimilati non di rado a un larvato «antisemitismo», Mélenchon ha già visto fuggire via dal partito le voci dissidenti, ma ricorda agli scettici la sua progressione costante alle presidenziali: 11,1% (2012), 19,5% (2017), 21,9% (2022). In quest’ultimo caso, molto vicino al ballottaggio agognato. Per il momento, i sondaggi danno largamente in testa l’ultradestra Rn – sopra il 30% al primo turno –, tanto più in caso di candidatura del giovane delfino Jordan Bardella, in attesa del verdetto giudiziario d’appello estivo che potrebbe definitivamente estromettere dalla corsa la già citata Marine Le Pen, figlia del patriarca ultranazionalista Jean-Marie, scomparso l’anno scorso.
Certo, sulla carta, diversi candidati moderati, come gli ex premier Édouard Philippe e Gabriel Attal, vorrebbero emulare i vecchi successi di Macron. Ma la popolarità al lumicino di quest’ultimo corrobora anch’essa, di riflesso, l’ipotesi di un possibile scontro inedito finale fra xenofobi Rn e anticapitalisti Lfi. Uno scenario impensabile negli anni Mitterrand o Chirac. Ma divenuto decisamente realistico nella Francia “sottosopra” e inquieta di oggi.

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