Il pianto del bebè lasciato per strada e il silenzio di troppe solitudini non accolte
Il neonato rinvenuto su un marciapiede a Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, in un sacchetto di plastica apre la speranza per una vita che è stata salvata. Ma ci interroga sulla vita umana trattata come una cosa che si può (o si deve) abbandonare

Un neonato è stato trovato in un sacchetto per strada nel pomeriggio di lunedì 12 ottobre a Cinisello Balsamo, Comune alle porte di Milano, ed è stato poi portato in codice rosso all'ospedale Niguarda di Milano. È stata una donna che portava il cane a passeggio a sentire dei vagiti e ad accorgersi del neonato in un sacchetto, coperto da un piccolo telo
La notizia del bambino appena nato trovato in un sacchetto a Cinisello Balsamo ci ferisce profondamente, ma nello stesso tempo è motivo di sollievo che il piccolo sia stato salvato grazie al suo pianto e a chi lo ha ascoltato. Quel piccino, appena venuto al mondo, ha sprigionato la sua forza nel flebile lamento ripetuto per chiedere aiuto, ed è stata veramente una enorme benedizione che una donna che passava di lì lo abbia udito e si sia sentita chiamata in causa.
È una vicenda – non certo la prima in questi anni – che interpella tutti noi. Se un adulto può arrivare ad abbandonare lungo la strada in un sacchetto di plastica un bambino appena nato esponendolo al freddo, alla fame, alla morte, significa che dietro quel gesto disperato c’è una storia di solitudine, di ulteriori abbandoni, di miseria non solo materiale ma anche umana, di paura forse, forse di violenza, chissà... Forse una storia di pressioni e di ricatti...
Non possiamo giudicare e condannare seduti alla cattedra dei nostri schemi né sentenziare indignati dal tribunale della nostra “comfort zone”. Ma una domanda deve risuonare forte per tutti: come una comunità può non sentirsi responsabile di questo gesto? Come ritenere che questo gesto non ci riguardi? Quanto è diffusa l’informazione sul parto in anonimato? Quanto sono segnalate le “culle per la vita” nelle nostre città? Quanto valorizzati e promossi i Centri di Aiuto alla Vita, il servizio Sos Vita, il Progetto Gemma? C’è un grande bisogno di compassione autentica, ascolto, solidarietà, condivisione delle difficoltà, di una rete concreta di sostegno preventiva, perché nessuna madre sia lasciata sola e nessun bambino debba essere affidato al caso per avere la possibilità di vivere.
Una donna, una coppia, una famiglia in difficoltà non dovrebbe mai trovarsi senza alternative, senza aiuto, senza speranza. E la vita di quel bambino appena nato merita di essere difesa e protetta. Se è vero che la civiltà della convivenza sociale si misura anche dalla capacità di proteggere chi è più fragile, e di tendere la mano prima che la solitudine porti a gesti estremi, allora non possiamo fermare lo sguardo solo sulla tappa della nascita, preoccupandoci esclusivamente di ciò che può accadere da quel momento in poi a piccoli innocenti.
Non sappiamo al momento se a quel bimbo è stato dato un nome. Diamogli adesso un nome di fantasia: Teodoro, cioè dono di Dio. Il pianto di Teodoro rappresenta il pianto di tutti i bambini così piccoli da non avere neanche la forza di richiamare l’attenzione con un lamento. Chi – giustamente – sta facendo di tutto per accudirlo, per avvolgerlo con il calore, l’affetto, le cure, per nutrirlo e proteggerlo, avrebbe avuto la stessa sacrosanta preoccupazione se Teodoro, invece di venire alla luce e venire posto in un sacchetto lungo la strada, avesse trovato sbarrata la via della nascita? Dobbiamo essere coerenti. L’aborto come servizio pubblico e gratuito, considerato da molti un “diritto”, praticato in nome della legge e nelle ormai più svariate maniere – chirurgico, farmacologico, chimico – è il più tragico degli abbandoni e dei rifiuti: quello senza appello, realizzato negli ospedali e nelle strutture pubbliche da una comunità di adulti che hanno studiato medicina, e che fa parte del personale sanitario; quello per cui i “grandi” mettono a punto farmaci da somministrare per eliminarlo senza la possibilità che neanche un flebile lamento possa suscitare un minimo di attenzione.
Sono bambini anche coloro che non sono ancora nati. Sono i più bambini di tutti. Se il pianto di un neonato ci obbliga a fermarci, il silenzio di chi non può ancora piangere non rende quel bambino meno degno di essere riconosciuto come “uno di noi” e protetto. Una società davvero civile deve saper aprire le braccia anche nei confronti di chi è in viaggio verso la nascita riconoscendo il valore inestimabile della sua vita, proprio come succede quando un bambino è appena nato.
Questo significa guardare alle madri con simpatia e vicinanza. Nessuna donna dovrebbe essere lasciata sola davanti a una gravidanza difficile o inattesa, né può sentirsi costretta dalle circostanze a rinunciare al figlio o alla figlia che porta in grembo. Centri di Aiuto alla Vita, Sos Vita, Progetto Gemma sono tutte realtà federate al Movimento per la Vita, e hanno molto da raccontare in proposito: storie di speranza, di fiducia, di riconciliazione; storie di 280.000 bambini nati grazie al coraggio delle loro madri che hanno optato “per la vita” nonostante le difficoltà, perché hanno sperimentato la gioia di essere accolte, di non essere sole, di aver incontrato mani tese e volti amici.
Tutto questo parla anche di un futuro di pace, se la vita di tutti sarà rispettata, accolta, amata.
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