Garbo, pazienza, coccole: in corsia il gatto Pitagora, mascotte della Neuropsichiatria infantile
L’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze ha “assunto” un nuovo, indispensabile operatore per curare bambini e adolescenti ricoverati: un gatto. Fiorentino, ovviamente. Che ci ha scritto una lettera...

Bentrovati, umani. Sono un gatto di pelo rosso e mi avete chiamato Pitagora, anche se in matematica e geometria sono una schiappa. Ho invece una notevole predisposizione per la filosofia e la psicologia, infatti avrei preferito chiamarmi Socrate, o Freud. Fa niente, non è che da voi si possa pretendere più di tanto.

Da qualche tempo sono stato assunto all’Associazione Antropozoa, che da 25 anni fornisce cani per la pet therapy all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, quello per l’infanzia. Cani, cani, cani... bah. Sono veramente felice che abbiate accolto la mia idea di collocarmi nel reparto di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Era l’ora, che cosa stavate aspettando? Un cane psicologo? Ma quando mai. Ho dovuto sedurre un paio di operatori dell’associazione, cosa per altro semplice.
Ma eccomi qui, come dice il comunicato stampa: «Generoso dispensatore di fusa». Chiariamoci: generoso sì, ma fino a un certo punto. Non lavoro gratis. Più la porzione di croccantini sarà generosa, più sarò generoso io: i patti sono chiari. Poi è vero, io con i piccoli pazienti riesco dove voi umani difficilmente riuscite. Perché io li capisco. Voi siete un po’ troppo preoccupati di trovare le parole giuste e scovare le azioni corrette. Nulla di sbagliato, ma io ricorro a una strategia collaudata da migliaia di anni che consiste nel non fare assolutamente nulla. Zero. Io mi avvicino, piano. Mi fermo. Mi avvicino un altro poco, se il ragazzo sento che lo desidera. E lascio che sia lui a toccarmi, accarezzarmi, dirmi le paroline. E io lo assecondo, eccome, strusciandomi e facendo le fusa, oppure stando semplicemente vicino a lui. Lo faccio per generosità? Fino a un certo punto, lo faccio soprattutto perché mi garba (dico “garba” anziché “piace” perché sono un micio fiorentino, ovvìa).

Io curo così, facendo compagnia. Diventando amico. E sempre come garba a entrambi: non mi impongo, io. Mi propongo con grazia. E sento, avverto, mi è evidente che il garbuglio nella mente del mio amico lentamente si dipana, si scioglie, non lo assilla.
È una bella soddisfazione, vero? Però non dimenticatevi che lo faccio pure per i croccantini.
Iscriviti alla newsletter settimanale gratuita di “è vita”: basta cliccare qui.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






