La dura verità: investire sui giovani non conviene ai vecchi

L'economia italiana sta colmando il gap con i vicini di casa, come certifica lo spread. Ma sul futuro non investe, forse perché i benefici sono solo per gli under 40
January 18, 2026
La dura verità: investire sui giovani non conviene ai vecchi
Giovane lavoratore che guarda il cielo / Icp
Chiudiamo una settimana che ha regalato una grande soddisfazione all’economia italiana. Lo spread, vale a dire la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi, è sceso sotto i 60 punti base, lo 0,6%. È la metà di un anno fa, e segna una vittoria per il Btp e il Tesoro che lo emette: si tratta di un traguardo inimmaginabile nel recente passato, quando eravamo soliti vederlo intorno a quota 200 (per non parlare dei 500 punti toccati nel pieno della crisi del debito sovrano). Ma sempre i titoli di Stato ci dicono anche un’altra cosa: il rendimento, cioè il tasso pagato dall’Italia a chi li sottoscrive, negli ultimi due mesi si è mosso molto meno, anzi è rimasto pressoché stabile intorno al 3,5%. In pratica se stiamo colmando la distanza con i nostri competitor, Germania in testa, non è merito di una nostra accelerazione ma piuttosto colpa del rallentamento altrui. Infatti mentre i rendimenti del Btp restavano fermi, quelli del temutissimo bund tedesco sono saliti e così pure quelli dei titoli francesi.
Non è un dettaglio. E conferma una sensazione che qui su ZeroVirgola non ci stanchiamo di raccontare: se è vero che sul breve l’Italia galleggia, e pure meglio di altri, sul lungo i problemi restano. E restano così grossi e inafferrabili che preferiamo fare finta di non vederli: invecchiamento, spesa pensionistica, produttività. Ne ha parlato giovedì il governatore di Banca d’Italia Fabio Panetta: era all’Università di Messina, pulpito ideale per raccontare un’economia resiliente, un Mezzogiorno in ripresa ma anche un Paese che fa poco per i giovani e ancor meno per i suoi laureati. Ne hanno parlato tutti, compresi noi di Avvenire con un ottimo articolo di Cinzia Arena. Ci ritorno per rimarcare due dati che mi hanno colpito: il 20%, cioè la differenza media di stipendio tra i trentenni laureati rispetto ai coetanei diplomati, e 35%, che è la quota – ferma rispetto al 2000 – dei laureati che trovano lavoro nel settore pubblico, per lo più da insegnanti e medici. Di cifre il governatore ne ha date anche molte altre, ma se ci fermiamo su queste due e ci risparmiamo i confronti – di nuovo impietosi – con il resto d’Europa e del mondo, emerge chiaramente un ecosistema, aziende su tutti, poco interessato a valorizzare i suoi talenti migliori (almeno in teoria). Che non a caso preferiscono molto spesso andarsene all’estero.
La situazione è frutto di una serie di cause stratificate nel tempo, che non consentono di dare la colpa a nessuno in particolare. La via d’uscita è una sola e l’ha indicata lo stesso Panetta: investire. Sui giovani, sul lavoro, sull’innovazione. Ma perché niente di tutto questo si muove in modo credibile? Non c’è la volontà, non ci sono le idee, soprattutto non ci sono i soldi per farlo. Ma c’è anche un altro motivo, forse: non conviene. Emerge chiaramente da uno studio che mi ha segnalato un altro collega, Massimo Calvi, che si conferma ottimo pusher di ricerche in materia: porta la firma di Yeon Jik Lee del Korea Institute for International Economic Policy, e dimostra con una complicata formula che gli investimenti in ricerca e sviluppo, in particolare quelli pubblici, creano benefici occupazionali molto elevati per i 20-24enni, elevati per i 25-34enni e poi sempre più contenuti, finché si arriva a “danneggiare” tutte le categorie che stanno sopra i 50 anni. Niente di sorprendente, non c’è che dire: non ci vogliono scienziati per spiegare che una maggiore propensione al futuro tenderà a escludere chi è più ancorato al passato, cioè adulti e anziani. Ma la dimostrazione matematica fa un certo effetto, spiega molto dell’immobilismo italiano e ci fa capire che sarà difficile uscirne. Ahinoi.

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