Il digitale è una vera cultura: così la Chiesa può “abitarla”

Due esperti come padre Antonio Spadaro e Giovanni Tridente commentano il Rapporto finale sulla missione nell’ambiente digitale dall’interno e dall’esterno del Gruppo di studio, istituito durante il percorso sinodale, che l’ha redatto
March 14, 2026
Il digitale è una vera cultura: così la Chiesa può “abitarla”
Da quando, nell’intersessione sinodale del 2023-2024, papa Francesco ha costituito il Gruppo di studio su «La missione nell’ambiente digitale» (è il n.3; ce ne sono altri 9), ho dato conto qui dell’andamento dei lavori ogni volta che usciva qualche aggiornamento. Il suo Rapporto finale è stato infine pubblicato il 3 marzo scorso (bit.ly/4b2ihaO); qui su “Avvenire” l’ha tempestivamente commentato Davide Imeneo (bit.ly/4dfm1ag) in un articolo che invito senz’altro a leggere, ma non altrettanta tempestività ho riscontrato nel resto dell’infosfera ecclesiale. Del resto si tratta di un testo abbastanza corposo (una trentina di pagine) e sistematicamente articolato (la seconda parte contiene cinque capitoli che affrontano altrettanti sotto-temi ripetendo la stessa scansione: cosa abbiamo ascoltato, cosa significa e cosa raccomandiamo). È dunque possibile che i missionari digitali e i cultori della materia – non molti per la verità – si stiano prendendo del tempo per studiarlo e chiosarlo. Nell’attesa riferirò di due autori che hanno già preso la parola. Non senza aver registrato, a modo di premessa, che la notizia stessa dell’uscita del rapporto, avvenuta in contemporanea con quello del Gruppo di studio n.4 sulla revisione della formazione al sacerdozio in prospettiva sinodale missionaria, è stata ripresa dai siti e dalle agenzie di diverse diocesi e conferenze episcopali poste in maggioranza nell’America Latina e nell’Asia.
Si rivolge proprio ai cattolici in Asia, giacché vi dedica una puntata del “Vatican Diary” che tiene settimanalmente sull’agenzia “UCANews”, il commento di padre Antonio Spadaro (bit.ly/4s0theI), egli stesso membro del Gruppo di studio. Il titolo – «La missione digitale della Chiesa va presa sul serio» – e la prima affermazione, secondo la quale il Rapporto «merita più attenzione di quanto stia ricevendo», indicano già il tenore dell’articolo. Mentre annota che il documento è «tutt’altro che ingenuo» a proposito degli «algoritmi che isolano», dei «modelli di business che monetizzano l’attenzione» e delle «dinamiche che alimentano la polarizzazione e la disinformazione», Spadaro ne indica tre punti centrali. L’idea di «inculturazione»: il rapporto «considera lo spazio digitale come una cultura a sé stante», e dunque «il punto non è trascinare il ministero tradizionale sulle piattaforme digitali» ma «generare un approccio pastorale che sia nativo di quell’ambiente». Poi «il legame tra cultura digitale e sinodalità»: nella sua forma migliore, «la cultura digitale rispecchia la struttura profonda della Chiesa come rete di reti», cosicché il mondo digitale diventa «non solo un campo da evangelizzare ma un luogo da cui la Chiesa può effettivamente imparare qualcosa sulla propria vocazione sinodale». E da ultimo «la questione giurisdizionale»: dal momento che «le strutture territoriali della Chiesa non sono pienamente in linea con la natura senza confini dello spazio digitale», occorrerà «esplorare nuove forme di sostegno pastorale su misura».
Pur concentrato sulle molteplici questioni sollevate dall’IA nella vita e nella riflessione ecclesiale, Giovanni Tridente, docente alla Pontificia università della Santa Croce e autore della newsletter #Animadigitale, ha commentato su Facebook (bit.ly/4rqJJUw) il Rapporto finale su «La missione nell’ambiente digitale» il giorno stesso della sua pubblicazione. Anche per lui è chiaro e condiviso il messaggio principale del documento: «Il digitale non è uno strumento, ma una cultura; è un vero ambiente di vita e dunque un luogo reale di missione», dal momento che «oggi relazioni, ricerca spirituale, appartenenza e perfino primo contatto con la fede avvengono dentro un ambiente digitale intrecciato con quello fisico». Quanto alle pur prudenti proposte operative, Tridente riconosce che «il documento risponde a una domanda importante: come integrare la missione digitale nelle strutture ecclesiali», ma pone alcuni interrogativi sul rischio di «trasformare la missione digitale in un ambito specialistico, affidato a professionisti dell’evangelizzazione», i «missionari digitali», appunto, che il documento suggerisce di «riconoscere e accompagnare» facendo propria – aggiungo io – un’istanza avanzata da tempo da chi ha già organizzato in proposito strutture e programmi. A fronte di una possibile «delega» Tridente preferirebbe che si formasse «una comunità ecclesiale capace di abitare consapevolmente l’ambiente in cui già vive». Perché «se il digitale è davvero cultura, la missione non può essere solo organizzata. Deve essere condivisa».

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