La missione digitale della Chiesa passa anche dall'intelligenza artificiale, ma con «discernimento digitale»
L'Intelligenza Artificiale può assistere la Chiesa nei compiti amministrativi, ma non potrà mai farsi carico della cura pastorale. Tra il monito di Papa Leone XIV sui rischi etici degli algoritmi e la proposta di una Commissione Pontificia dedicata alla cultura digitale e alle nuove tecnologie, ecco come la Chiesa si prepara ad abitare il web mettendo l'essere umano al centro.

L'Intelligenza artificiale e il limite etico, la macchina non è un agente morale
Tra una macchina e un essere umano, solo quest'ultimo è un agente morale. Questa è la linea di confine che il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 3 sulla missione nell'ambiente digitale, pubblicato ieri dalla Segreteria Generale del Sinodo, traccia sull'uso dell'intelligenza artificiale nella vita della Chiesa. Gli strumenti di IA possono assistere nei compiti amministrativi e di ricerca, ma non possono replicare ciò che la missione ecclesiale richiede per sua natura: discernere, accompagnare, pregare. Il documento richiama esplicitamente Antiqua et nova, la nota congiunta pubblicata nel gennaio 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione, che ha affrontato il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. E ne trae una conseguenza operativa: formare chi opera nel ministero digitale al "discernimento digitale" sarà decisivo per integrare le nuove tecnologie senza perdere il carattere insostituibilmente umano della cura pastorale. Papa Leone XIV, nel discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù dell'ottobre scorso, ha riconosciuto il potenziale dell'intelligenza artificiale ma ha posto una condizione: «Penso, in particolare, all'intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti». È un passaggio che il Rapporto fa proprio, inserendolo in un quadro più ampio di sfide etiche: il pregiudizio algoritmico (algorithmic bias, ossia la tendenza dei sistemi automatizzati a riprodurre discriminazioni presenti nei dati), il capitalismo della sorveglianza, la diffusione di disinformazione e i contenuti d'odio.
I numeri del Rapporto del Sinodo sulla missione digitale
Il testo è il primo dei rapporti finali dei dieci Gruppi di Studio istituiti da Papa Francesco nel marzo 2024, all'indomani della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Coordinato da Kim Daniels della Georgetown University, è frutto di una consultazione vasta: 1.618 missionari digitali da 67 paesi, 84 uffici di comunicazione delle Conferenze Episcopali, tre gruppi di lavoro tematici con studiosi e giovani da ogni continente. Con la pubblicazione il Gruppo viene sciolto: toccherà ora ai Dicasteri competenti tradurre le indicazioni in proposte operative da sottoporre al Papa. Come ha ricordato il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, si tratta di «documenti di lavoro, un punto di partenza e non di arrivo».
Il web come nuova cultura, la ricerca di Dio negli spazi online
Il messaggio di fondo del Rapporto è un cambio di prospettiva: il mondo digitale non è un insieme di strumenti da padroneggiare, ma una cultura, con linguaggi e dinamiche proprie. E come ogni cultura, richiede alla Chiesa lo stesso sforzo di comprensione che storicamente ha accompagnato ogni impresa missionaria. «Piuttosto che considerare gli spazi digitali come secondari o supplementari», si legge nel documento, «la Chiesa deve riconoscerli come parte integrante della sua missione». Le testimonianze raccolte dal Brasile alle Filippine, dagli Stati Uniti alla Colombia, confermano che negli spazi online le persone cercano Dio, pregano, chiedono accompagnamento spirituale. Ma chi opera in questi ambienti – catechisti, sacerdoti, laici – spesso lo fa senza riconoscimento istituzionale, senza formazione specifica, senza una rete di sostegno.
La proposta: una Commissione pontificia per la cultura digitale
Per questo il Rapporto chiede che la missione digitale sia integrata nelle strutture ordinarie della Chiesa: con ruoli dedicati nelle diocesi, formazione che tenga insieme competenze tecniche e teologiche, politiche chiare di protezione dei vulnerabili. La proposta più ambiziosa è la creazione di una Pontificia commissione per la Cultura digitale e le nuove tecnologie, un organismo vaticano che dovrebbe preparare linee guida, definire strategie formative differenziate e accompagnare le Conferenze Episcopali in questo percorso. Il documento non nasconde i rischi: algoritmi che isolano in echo chambers, piattaforme che monetizzano l'attenzione, dinamiche che alimentano polarizzazione e nichilismo. Papa Leone XIV, lo scorso luglio, ha avvertito i partecipanti al Giubileo dei Missionari Digitali che una fede scoperta solo online rischia di rimanere "disincarnata", mai radicata nelle relazioni reali. Per questo la cultura digitale, insiste il Rapporto, deve sempre condurre alla comunione e alla vita condivisa, non sostituirle.
Tra le raccomandazioni che toccano direttamente il mondo educativo, il testo chiede che la sicurezza digitale, il benessere online e l'alfabetizzazione mediatica entrino a pieno titolo nell'educazione cattolica e nella formazione dei seminari.
Ai giovani si chiede di essere destinatari della missione e, allo stesso tempo, protagonisti attivi. Le conclusioni, viene precisato, sono preliminari: la cultura digitale evolve più rapidamente di qualsiasi documento. Ma la direzione è tracciata: come ha detto Leone XIV ai Superiori Maggiori dei Gesuiti, «dobbiamo discernere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e per sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell'autosufficienza». Le risposte, come ogni cammino sinodale, sono ancora in costruzione.
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