Chatbot in classe: cosa fanno davvero gli adolescenti Usa con l’Ia

Secondo l'ultimo e autorevole rapporto del Pew Research Center, il 64% degli adolescenti utilizza regolarmente l'IA, uno su dieci affida ai chatbot lo svolgimento di tutti i compiti scolastici, mentre uno su otto vi cerca persino supporto emotivo. Ma c’è un problema: i genitori non lo sanno.
March 2, 2026
Chatbot in classe: cosa fanno davvero gli adolescenti Usa con l’Ia
Immagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it

L'uso dei chatbot a scuola e per i compiti a casa

Uno su dieci fa tutti i compiti (o quasi) con l'aiuto di un chatbot. Uno su otto cerca supporto emotivo da un software e sei su dieci sono convinti che a scuola si imbrogli regolarmente con l'intelligenza artificiale. È la fotografia scattata dal Pew Research Center – il più autorevole istituto di ricerca sociale degli Stati Uniti – su 1.458 adolescenti americani tra i 13 e i 17 anni, intervistati insieme ai rispettivi genitori tra il 25 settembre e il 9 ottobre 2025. Il rapporto, pubblicato il 24 febbraio con il titolo "Come gli adolescenti usano e vedono l'intelligenza artificiale”, descrive un quadro articolato, lontano sia dagli entusiasmi acritici sia dagli allarmismi facili. Il dato più evidente è la penetrazione capillare dei chatbot nella vita quotidiana dei ragazzi. Il 64 per cento degli adolescenti americani dichiara di usarli, e circa tre su dieci lo fanno praticamente ogni giorno. Ma è l'uso legato alla scuola a meritare la nostra attenzione: il 54 per cento afferma di aver chiesto aiuto ai chatbot per i compiti scolastici, il 57 per cento li ha usati per cercare informazioni, il 42 per cento per riassumere articoli, libri o video. Un adolescente su dieci dice di svolgere tutti i compiti con l'assistenza di questi strumenti, un dato che sale al 20 per cento nelle famiglie con reddito annuo inferiore ai 30.000 dollari, e scende al 7 per cento in quelle sopra i 75.000. Il divario economico, insomma, non ha un’influenza come ci si potrebbe aspettare: non sono i ragazzi più abbienti a delegare di più alla macchina, ma quelli provenienti da contesti con meno risorse. Entrando nel dettaglio dell'uso scolastico, il 48 per cento dei ragazzi ha chiesto aiuto ai chatbot per fare ricerche su un argomento, il 43 per cento per risolvere problemi di matematica, il 35 per cento per correggere testi scritti. E la percezione dell'utilità è una vera e propria standing ovation per l’Ai: circa un quarto di tutti gli adolescenti giudica i chatbot estremamente o molto utili per i compiti, un altro 25 per cento li ritiene abbastanza utili. Solo il 3 per cento li considera di scarso o nessun aiuto.

Il rischio imbrogli: non ci si fida dei compagni di classe

Merita un capitolo a parte, però, “la questione dell'imbroglio”. Il 59 per cento degli adolescenti è convinto che nella propria scuola si usino i chatbot per barare "abbastanza spesso", e un terzo sostiene che accada estremamente spesso. Tra chi ha già usato i chatbot per i compiti, la percentuale di chi percepisce il fenomeno sale al 76 per cento. È un dato che chiama in causa le scuole e la loro capacità di definire regole chiare, soprattutto adesso che – come segnala lo stesso rapporto – le istituzioni educative stanno ancora elaborando le proprie politiche sull'intelligenza artificiale.
Non solo studio, se i chatbot garantiscono supporto emotivo e intrattenimento
Dopo il suono della campanella, il rapporto svela altri usi meno prevedibili: il 47 per cento dei ragazzi ha usato i chatbot per divertimento, il 38 per cento per creare o modificare immagini e video, il 19 per cento per informarsi. Ma sono i dati sugli usi personali a porre interrogativi più seri: il 16 per cento intrattiene conversazioni con un chatbot e il 12 per cento vi ha cercato supporto emotivo o consigli. Sono ancora minoranze, certo, ma il fenomeno esiste e non può essere ignorato.

Differenze demografiche e timori per il futuro

Sul fronte delle differenze demografiche, lo studio evidenzia che gli adolescenti neri e ispanici usano i chatbot più dei coetanei bianchi. Tra i ragazzi neri, il 21 per cento ha cercato supporto emotivo dai chatbot, contro il 13 per cento degli ispanici e l'8 per cento dei bianchi. Anche la fiducia nell'uso di questi strumenti varia: il 37 per cento degli adolescenti neri si dichiara molto sicuro nelle proprie capacità di usarli, rispetto al 26 per cento degli ispanici e al 23 per cento dei bianchi. Quanto alle differenze di genere, ragazzi e ragazze usano i chatbot con frequenza simile e per le stesse attività. Ma divergono nelle aspettative: il 41 per cento dei maschi ritiene che l'intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sulla propria vita nei prossimi vent'anni, contro il 30 per cento delle donne. Lo stesso schema si ripete quando si parla di impatto sulla società (35 per cento contro 27). Proprio il tema dell'impatto futuro rivela una generazione tutt'altro che ingenua: complessivamente, il 36 per cento degli adolescenti prevede effetti positivi dell’intelligenza artificiale sulla propria vita, il 15 per cento negativi, il 32 per cento li giudica irrilevanti. Ma quando lo sguardo si allarga alla società, il pessimismo cresce: la quota di chi prevede conseguenze negative sale al 26 per cento. Tra chi vede il futuro con ottimismo, le motivazioni più citate riguardano il miglioramento della qualità della vita (30 per cento), i benefici per l'apprendimento (20 per cento) e l'aumento della produttività (19 per cento). Chi invece teme il peggio punta il dito soprattutto sulla dipendenza eccessiva e la perdita di pensiero critico e creatività (34 per cento), sulla perdita di posti di lavoro (25 per cento), sulla disinformazione (13 per cento). I ragazzi, nelle risposte aperte, usano parole piuttosto estreme; c'è chi scrive: «distrugge le menti e i cervelli dei giovani». E chi osserva: «le persone avranno timore di esercitare la loro creatività, o non ne vedranno più il bisogno. Rende pigri e toglie posti di lavoro». Un altro aspetto interessante riguarda il confronto tra l’intelligenza artificiale e le capacità umane. Gli adolescenti tendono a pensare che l'intelligenza artificiale farebbe peggio degli esseri umani nella maggior parte dei compiti: assunzioni, diagnosi mediche, scrittura di canzoni, guida di un veicolo. L'unica eccezione è l'insegnamento di un'abilità, dove un terzo pensa che l'intelligenza artificiale farebbe meglio. Da notare anche il livello di incertezza: un quarto dei ragazzi dichiara di non sapere come l'intelligenza artificiale se la caverebbe in ambito sanitario o nei processi di assunzione del personale.

Il divario generazionale, quello che i genitori (non) sanno

E i genitori, cosa ne pensano? Il rapporto rivela un divario significativo proprio sulla percezione del fenomeno. Solo il 51 per cento dei genitori sa che il proprio figlio usa i chatbot, mentre, invece, il 64 per cento dei ragazzi ha ammesso di usarli. Uno scarto di 13 punti percentuali che dice molto sulla distanza tra le generazioni in materia di tecnologia. Poco più della metà dei genitori (54 per cento) dichiara di parlare con i figli dell'uso dei chatbot, il che significa che circa quattro genitori su dieci non hanno mai affrontato l'argomento. Quando si chiede ai genitori quali usi trovino accettabili, emerge una gerarchia interessante. Quasi otto su dieci (79 per cento) sono d'accordo sull'uso dei chatbot per cercare informazioni, circa due terzi approvano l'uso per divertimento, per creare contenuti multimediali o per fare riassunti. Il 58 per cento accetta l'uso per i compiti. Ma la soglia scende drasticamente per gli usi più intimi: solo il 28 per cento è d'accordo con le conversazioni “amichevoli”, e appena il 18 per cento approva la ricerca di supporto emotivo. Quest'ultimo è l'unico caso in cui una significativa maggioranza di genitori (58 per cento) si dichiara esplicitamente contraria. Anche tra i genitori le differenze socioeconomiche contano. Quelli con redditi più alti sono più aperti all'uso dei chatbot per cercare informazioni o per intrattenimento. Ma il rapporto si inverte quando si arriva al supporto emotivo: il 30 per cento dei genitori con reddito sotto i 30.000 dollari lo approva, contro il 18 per cento di quelli sopra i 75.000. Un dato che forse riflette la minore disponibilità di risorse alternative – come psicologi o counselor – nelle famiglie meno abbienti.

Regolamentare senza soffocare l'apprendimento

Il quadro che emerge da questa ricerca parla a tutte le latitudini, non solo a quelle americane. La velocità con cui l'intelligenza artificiale si è insediata nella quotidianità degli adolescenti supera la capacità delle istituzioni – scuole, famiglie, legislatori – di elaborare risposte adeguate. I ragazzi stessi mostrano una consapevolezza dei rischi sorprendente, ma questo non li frena dall’uso intensivo degli strumenti a disposizione. Il dato forse più emblematico è quello sui compiti scolastici: se un ragazzo su dieci delega tutto o quasi a un chatbot, e se quasi sei su dieci credono che a scuola si imbrogli regolarmente con questi strumenti, allora la domanda non è più se regolamentare, ma come farlo senza soffocare le potenzialità di apprendimento che gli stessi ragazzi riconoscono. Una prospettiva che, come suggeriscono le risposte degli adolescenti, riguarda prima di tutto la capacità di pensare, di creare, di restare umani in un mondo dove la macchina sa fare sempre più cose al nostro posto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA