Nasce Spur, la «Nato delle notizie» contro lo scraping AI
BBC, Financial Times, Guardian, Sky News e Telegraph Media Group lanciano un'alleanza per stabilire regole (e limiti) sull'uso dei contenuti giornalistici da parte dei sistemi di AI. . Intanto in Italia Agcom convoca Fieg e Google sulle AI Overviews.

Una coalizione senza precedenti per un problema senza precedenti
Cinque firme in calce a una lettera aperta, cinque tra le testate più influenti del Regno Unito che decidono di sedersi dalla stessa parte del tavolo. Non accade spesso, nel mondo dei media britannici, che concorrenti storici mettano da parte la rivalità per affrontare un problema comune. Però è successo giovedì, quando i vertici di BBC, Financial Times, Guardian, Sky News e Telegraph Media Group hanno annunciato la nascita di Spur, acronimo di Standards for Publisher Usage Rights (Standard per i diritti di utilizzo degli editori): una coalizione che punta a definire regole condivise per l'uso dei contenuti giornalistici da parte dei sistemi di intelligenza artificiale. La lettera, indirizzata ai «colleghi leader dei media globali», porta le firme di Tim Davie, direttore generale della BBC; Jon Slade, amministratore delegato del Financial Times; Anna Bateson, amministratrice delegata del Guardian; David Rhodes, presidente esecutivo di Sky News; e Anna Jones, amministratrice delegata del Telegraph Media Group. Il cuore del messaggio è questo: l'intelligenza artificiale sta cambiando in profondità il modo in cui le notizie vengono create, distribuite e monetizzate, e il settore dell'informazione non può permettersi di restare a guardare.
Cos'è lo scraping e come funzionerà la coalizione Spur
Al centro della questione c'è un fenomeno noto come scraping (raccolta automatica di dati), ovvero la pratica con cui i sistemi di AI raccolgono articoli, reportage e archivi dalle testate giornalistiche per addestrare i propri modelli linguistici, spesso senza chiedere il permesso e senza pagare alcun compenso. Come scrivono i firmatari nella lettera, «nell'intero settore, i nostri reportage, i nostri archivi, i nostri contenuti originali sono diventati materiale fondamentale per l'addestramento dei sistemi di AI. Questo materiale è stato raccolto, copiato e riutilizzato senza standard comuni che consentano il permesso o il pagamento, indebolendo il modello economico che sostiene il giornalismo». Spur non è un organismo di licenza collettiva e non intende fissare tariffe per l'utilizzo dei contenuti. Secondo quanto riportato dalla testata specializzata Press Gazette, la coalizione lavorerà piuttosto alla definizione di standard tecnici condivisi e di modelli di licenza che permettano agli sviluppatori di AI di accedere al giornalismo di qualità in modo legittimo e trasparente, garantendo al tempo stesso che gli editori mantengano il controllo sui propri contenuti e ricevano un compenso equo. Tra le questioni sul tavolo, anche la valutazione dei possibili modelli di pagamento, ad esempio si discute se deve essere previsto un compenso per ogni accesso ai contenuti (pay-per-crawl) oppure per ogni risposta generata dall'AI a partire da quei contenuti (pay-per-inference).
La "NATO delle notizie" e il paradosso della visibilità online
L'idea di una coalizione di questo tipo non è nata dal nulla. Fu lo stesso Jon Slade del Financial Times a lanciare la proposta nel giugno 2025, durante una conferenza organizzata da Deloitte e Enders Analysis, parlando della necessità di una sorta di «NATO for news» (NATO delle notizie). In quell'occasione Slade sottolineò che ogni singola testata stava spendendo somme crescenti, anno dopo anno, nel tentativo individuale di arginare lo scraping, e che una maggiore collaborazione su tutti i fronti sarebbe stata più efficace. A dare ulteriore peso alla nascita di Spur contribuisce una ricerca pubblicata all'inizio di quest'anno dall'Institute for Public Policy Research (IPPR), un autorevole think tank britannico. Lo studio ha analizzato in che modo quattro strumenti di AI molto diffusi — ChatGPT, Google Gemini, Perplexity e le AI Overviews di Google — rispondono alle domande di attualità e quali sono le fonti giornalistiche che citano. I risultati sono significativi: ChatGPT e Google Gemini non hanno citato la BBC in nessuna delle risposte a domande relative alle notizie, nonostante la BBC sia la fonte di informazione più utilizzata e più considerata affidabile nel Regno Unito. ChatGPT ha invece citato il Guardian nel 58 per cento delle risposte, mentre testate come il Telegraph, GB News e il Sun sono comparse solo raramente. L'IPPR ha inoltre rilevato che, quando nelle ricerche Google compare una AI Overview, gli utenti hanno quasi la metà delle probabilità di cliccare sul sito della testata originale.
Gli accordi già esistenti tra editori e aziende di Ai
Questo squilibrio nelle citazioni dipende in parte dalle scelte delle stesse testate. Alcune, come il Guardian e il Financial Times, hanno stretto accordi di licenza con aziende come OpenAI, e i loro contenuti vengono quindi inclusi nelle risposte di ChatGPT. Altre, come la BBC, hanno invece bloccato l'accesso ai propri contenuti da parte dei bot delle aziende di AI — la BBC ha persino minacciato azioni legali contro Perplexity — ritrovandosi però escluse dai risultati. C’è quindi un paradosso: chi non concede l'accesso perde visibilità, chi lo concede rischia di vedere i propri lettori fermarsi alla risposta dell'AI senza mai raggiungere il sito originale. E proprio sulle AI Overviews di Google si registra un’importante novità anche in Italia. Ieri l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha reso noto che il proprio Consiglio ha esaminato la segnalazione presentata dalla Fieg (Federazione italiana editori giornali) riguardante i servizi AI Overviews e AI Mode implementati da Google nel proprio motore di ricerca. Per approfondire la questione, l’Autorità ha deciso di convocare nei prossimi giorni un’audizione con Fieg e Google, dichiarandosi disponibile ad ascoltare anche altri soggetti interessati. È un passaggio importante, che oltretutto ci differenzia dal Regno Unito: lì, infatti, gli editori si organizzano tra loro, in Italia il regolatore si muove direttamente, aprendo un confronto istituzionale su un tema che tocca il diritto di informre per uno sviluppo responsabile dell'AI.
Le alternative a Spur: il progetto RSL e l'intervento dell'Antitrust
Nella lettera, i cinque leader dei media descrivono il problema come una «sfida globale» e invitano gli editori di tutto il mondo a unirsi all'iniziativa. L'obiettivo dichiarato è lavorare sia con le aziende tecnologiche, per adottare «percorsi responsabili e con diritti verificati per accedere ai contenuti giornalistici», sia con i legislatori, per costruire un quadro normativo che protegga i diritti degli editori e stabilisca aspettative chiare per uno sviluppo responsabile dell'AI.
Val la pena notare, inoltre, che Spur non è l'unica iniziativa in questo campo. Esiste già il progetto Really Simple Licensing (RSL), sostenuto da circa 1.500 organizzazioni editoriali nel mondo, che lavora a un sistema universale per controllare e monetizzare l'uso del giornalismo da parte dei grandi modelli linguistici. E nel Regno Unito la Competition and Markets Authority (CMA, l'autorità garante della concorrenza) ha proposto nuove regole che consentirebbero agli editori di escludere i propri contenuti dalle AI Overviews di Google senza penalizzazioni nel posizionamento nei risultati di ricerca tradizionali.
L’audizione disposta dall’Agcom in Italia si inserisce in questo stesso solco, a conferma che la questione non riguarda solo il mondo anglosassone ma è ormai al centro dell’agenda dei regolatori europei.
Un'alleanza storica tra rivali: cosa succederà adesso?
Il panorama, insomma, è in rapido movimento. Quello che colpisce della nascita di Spur è la composizione della coalizione: per riunire sotto lo stesso ombrello la BBC (servizio pubblico), il Financial Times (stampa finanziaria), il Guardian (testata progressista), il Telegraph (testata conservatrice) e Sky News (informazione televisiva e digitale) vuol dire che il problema è percepito come trasversale, al di là delle linee editoriali e dei modelli di business. Resta da vedere se questa alleanza riuscirà ad attrarre abbastanza adesioni internazionali e se le aziende tecnologiche si siederanno davvero al tavolo delle trattative. Ma il fatto che cinque concorrenti abbiano scelto di parlare con una voce sola è, di per sé, il segnale che la partita tra editoria e intelligenza artificiale è entrata in una fase nuova.
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