Se l'assemblea volta le spalle al prete e le confessioni si fanno via WhatsApp

Notizie religiose false, ma verosimili: così anche i media d’ispirazione cristiana hanno gettato nella Rete alcuni pesci d’aprile. E molti ci sono cascati
April 11, 2026
Se l'assemblea volta le spalle al prete e le confessioni si fanno via WhatsApp
Il "pesce d'aprile" sulle confessioni via WhatsApp di don Roberto Fiscer
Sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento, molte redazioni giornalistiche hanno «scoperto con piacere che il 1° aprile era la data perfetta per concedersi uno scherzetto innocuo ai danni dei lettori, pubblicando una notizia falsa ma verosimile». Lo attesta la storica Lucia Graziano all’interno di un post ampio, divertente e documentato (come sa fare lei) intorno alla tradizione dei “pesci d’aprile” (bit.ly/4dzbiYD), pubblicato sul suo blog “Una penna spuntata”. Graziano prosegue: «È qui che il pesce d’aprile prende l’accezione che conosciamo noi oggi, cioè quella di una beffa che fa leva sulla credulità collettiva per diffondere una fake news». Nessun riscontro invece viene riconosciuto da questa autrice alle ipotesi (diffuse abbastanza da ottenere consenso da parte delle frettolose “AI Overview” offerte da Google) che individuano un collegamento tra questa consuetudine e la religione cristiana, o a motivo della frequente sovrapposizione tra il 1° aprile e la fine della Quaresima, o come riflesso popolare del ritardo nell’adeguarsi al calendario gregoriano. E sebbene in Rete circoli, come variante del celeberrimo «la religione è l’oppio dei popoli», il detto: «la religione è un pesce d’aprile che ce l’ha fatta», non solo registriamo pesci d’aprile mediatici anche all’interno dell’infosfera ecclesiale, ma possiamo anche provare, analizzandoli, a ricavare qualche considerazione intorno alle notizie sulla vita della Chiesa e all’atteggiamento di chi le legge e le commenta.

Voltare le spalle al sacerdote

«Papa Leone permette di celebrare la messa dando le spalle al sacerdote» è il titolo dell’evidente pesce d’aprile offerto ai propri lettori da “Katolisch.de” (bit.ly/4mk901M), portale di notizie della Chiesa cattolica in Germania edito dalla stessa Conferenza episcopale tedesca. La notizia è accuratamente tornita: si immagina un motu proprio papale intitolato “Retrograde semper”, con il quale Leone XIV intenda sanare la guerra liturgica fra “antico” e “nuovo” Rito della messa (ovvero quello scaturito dalla riforma del concilio Vaticano II) non tanto consentendo al sacerdote di celebrare rivolto “ad orientem” anziché “versus populum” (uno degli aspetti che differenzia, anche visivamente, la forma preconciliare), quanto consentendo ai fedeli di dare le spalle al celebrante e all’altare. L’articolo, che presenta il provvedimento come transitorio, si sofferma a descrivere ipotesi alternative che sarebbero state scartate (comprendere entrambi i riti in un unico messale; prevedere due sacerdoti che celebrino in parallelo secondo le due forme). La verosimiglianza della notizia non è nel contenuto (chi potrebbe credere di poter stare a messa così posizionati?) o nella foto, ma nello stile del documento inventato e del racconto che lo illustra. A monte dello scherzo c’è l’attesa, per non dire la pressione, che siti e blog antimoderni rivolgono al nuovo pontificato perché assuma misure meno restrittive del precedente rispetto alla possibilità di celebrare la messa secondo il rito preconciliare.

Le (false) confessioni via WhatsApp

«Confessioni via WhatsApp» è invece il cartello-burla che don Roberto Fiscer, parroco genovese molto noto per la sua attività sui social (bit.ly/4cpj8ls), ha affisso il 1° aprile sulla bacheca Facebook (bit.ly/4snJ7Q4). Vi si legge anche che «a partire dalla prossima settimana» sarà possibile accostarsi in tal modo alla confessione, «inviando un messaggio vocale privato al numero parrocchiale…»; garantite la privacy e l’accompagnamento spirituale. Il primo commento, dello stesso don Fiscer, rimane interno al gioco: «Considerando i numerosi impegni pastorali delle prossime settimane e il desiderio di rimanere comunque vicini a tutti voi, stiamo valutando l’introduzione di una nuova modalità per il sacramento della riconciliazione». Qui la verosimiglianza è nel contenuto, più che nella forma: chi osserva, con giusto sgomento, la crescente invasività degli strumenti digitali nella vita spirituale potrebbe ritenere possibile che un pastore ritenuto permeabile a tali strumenti si sia lasciato tentare dall’opportunità di confessare a distanza. Ma è lo stesso don Fiscer, nel secondo commento, a chiarire l’intenzione seria del suo scherzo: insegnare a chi è abituato ad «attaccare e condannare le persone» per le vie digitali ad andare, prima, «in profondità». Tradotto: certo, sulla Rete le cose della fede e della Chiesa possono assumere infiniti colori, compresi quelli sgradevoli o persino inguardabili; ma abbiamo strumenti e criteri per distinguere i pittori, anche se d’avanguardia, dai ciarlatani e dai falsari.

© RIPRODUZIONE RISERVATA