L’annuncio del Vangelo in rete. Come chiamarlo come non farlo

Riflessioni sui soggetti e sui contenuti dell’evangelizzazione nell’ambiente digitale, sapendo che esso è diventato una condizione di fondo dell’esperienza umana e sociale
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May 23, 2026
L’annuncio del Vangelo in rete. Come chiamarlo come non farlo
/Foto Icp
L’attesa sta per terminare: tra due giorni sapremo come papa Leone XIV ha sviluppato e organizzato in un documento di massima autoritatività le riflessioni sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale che già tante volte ha formulato in pubblico (c’è chi ne ha contate 50). Frattanto proseguono, e la Rete ne è testimone, gli approfondimenti su una realtà, quella della missione digitale, che dall’enciclica sarà sicuramente interpellata. Edoardo Mattei, cofondatore del sito “Trascendente digitale”, prendendo spunto su Settimananews (bit.ly/4tOSWHp) dall’incontro “Influencer o Missionari. Cattolici” svoltosi a Roma nell’ambito della XXI Settimana della Comunicazione, interviene sulla “vexata quaestio” posta dal titolo stesso dell’incontro, ovvero quale sia il nome migliore da dare a chi annuncia il Vangelo nell’ambiente digitale. «Né l’influencer né il missionario digitale sono figure adeguate», sintetizza Mattei. «L’influencer conosce il circuito, ma gli ha consegnato la propria identità. Il missionario porta buone intenzioni, ma non sa sempre come si trasformano quando entrano nel circuito». L’alternativa che egli propone è il “Battista digitale”. Non ho lo spazio per riportare la suggestiva argomentazione, ma basti dire che si identifica in tal modo una «figura di soglia», il cui «accompagnamento digitale non è il punto di arrivo, bensì la preparazione del terreno per qualcosa che avviene altrove» e «rimanda all’incontro in presenza».
Se il “digitale” è vita sociale e quotidiana
Riferendosi al medesimo contesto, è all’attributo stesso di “digitale” che Massimiliano Padula, sociologo della comunicazione, dedica la sua attenzione all’interno di un’intervista a Giovanni Tridente per “Omnesmag” (bit.ly/49Jaxcw). Il suo punto è che «nel contesto odierno, il digitale tende a perdere il suo ruolo distintivo» perché «è già stato interiorizzato come una componente ordinaria della vita sociale e quotidiana». Pertanto «non può più essere visto come una dimensione separata o meramente tecnologica, ma deve essere interpretato come un’esigenza strutturale della vita sociale, sempre più invisibile e normalizzata». Se dunque il digitale «è diventato una condizione di fondo dell’esperienza umana e sociale», espressioni come «missione digitale» o «sinodo digitale» vanno reinterpretate «in relazione alla loro natura ed ecclesiologia» piuttosto che «in base al contesto tecnologico in cui si esprimono». L’aggettivo “digitale”, prosegue Padula, «rischia di introdurre una distinzione impropria, come se esistesse una missione “altra” rispetto alla missione ecclesiale in senso stretto. Al contrario, l’azione missionaria e il cammino sinodale si configurano come processi trasversali ai vari ambiti dell’esperienza umana, senza esaurirsi in un contesto specifico». Meglio allora non «insistere su queste etichette», ma «riportarle alla loro dimensione fondamentale: missione e sinodo come forme di corresponsabilità ecclesiale, orientate alla cura concreta delle persone e alla loro promozione integrale».
La fretta, la frammentazione e il consumo
Non mancano punti di contatto con le prospettive di Mattei e di Padula nella visione della «Chiesa nelle reti» che Antonio Ramos Ayala, sacerdote di Malaga e missionario “tradizionale” per 19 anni in Messico, ha affidato a “Religion Digital” (bit.ly/4djU8O4). Egli insiste sul modo in cui ormai si fruisce dei contenuti online: scorrendo automaticamente il dito sullo schermo si passano ore «a guardare video sul cellulare quasi senza accorgersene», così che «tutto finisce per mescolarsi: «umorismo, giochi, notizie veloci, consigli, discussioni, opinioni» e anche «frasi del Vangelo, riflessioni spirituali o piccoli messaggi su Dio». Ma «quasi nulla rimane troppo a lungo davanti agli occhi, tanto meno all’interno del cuore». Dunque «una delle sfide che la Chiesa ha oggi sui social network» è comunicare un messaggio «all’interno di un ambiente dominato dalla fretta, dalla frammentazione e dal consumo immediato», tentata di farlo adattando il contenuto religioso a ciò che è più facile da consumare. «Alla fine il Vangelo corre il rischio di essere ridotto a messaggi positivi, ma separato dalla forza trasformativa che ha sempre avuto la fede cristiana». Le reti sociali, conclude Ramos, possono essere uno strumento molto prezioso. «Ma quando tutto si riduce all’impatto, all’immagine e al consumo accelerato, anche l’evangelizzazione rischia di diventare uno spettacolo. E lo spettacolo può attrarre per un istante, ma non sostiene la vita di una persona né la avvicina veramente a Dio».

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