La religiosità del metaverso e il problema del corpo
Dalle liturgie su Roblox ai follower della predicazione online, studiosi ed esperienze pastorali interrogano gli effetti della fede vissuta negli ambienti digitali senza comunità fisica né relazioni concrete

Nella puntata del 24 aprile de “La Parola in cammino” – appuntamento digitale di commento alle lettura domenicali pubblicato sul sito della rivista “Il Regno” e sull’adiacente “Re-blog” (bit.ly/48F5DNs), l’autrice Ester Abbattista, a proposito delle «tremila persone» di cui negli Atti degli apostoli si dice che, in un dato giorno, accolsero la parola di Pietro e furono battezzate, si domanda: «Se Pietro avesse fatto quel discorso oggi, quanti sarebbero stati i suoi follower?». E prosegue: «Oggi è molto più facile raggiungere migliaia di persone, basta mettere in Rete un videoclip, un reel, che subito si può vedere quanti “like” si ricevono e quanti sono coloro che diventano dei “follower”. Ma quanto incide poi quel “like” nella vita di chi lo inserisce?». Considero molto significativo che una biblista rigorosa come Abbattista abbia avvertito l’incidenza del digitale nella vita spirituale contemporanea al punto da problematizzarla in riferimento a questo brano della Scrittura. La sua conclusione è severa: ci si può rifugiare nel «meta universo» in cui ci portano tanti «influencer di vari tipi, anche a carattere “religioso”»; vi si trovano «risposte a poco costo» e ci si può sentire «parte di una comunità allargata» senza sottostare a impegni (purché si sfugga alla dipendenza). Ben altro è la vita reale, quella fatta di persone vere, di situazioni, di relazioni autentiche e proprio per questo «impegnative». Ed è lì che siamo chiamati a «scegliere di “seguire” Gesù».
Esperienze religiose nell’ambiente digitale
Il tema della incorporeità delle esperienze religiose, non solo in ambito cristiano, che si possono vivere nell’ambiente digitale è cruciale all’interno di un contributo di Cinthia Nicolini su “Religion Digital” (bit.ly/4wxNEmr). L’autrice ha un profilo singolare: musicoterapeuta, esperta di Guided Imagery and Music (GIM), sta approfondendo gli studi alla Complutense di Madrid in tema di spiritualità, musica e mito su basi di psicologia junghiana ed è attiva sui social, in particolare con il podcast “Mitomúsica y algo más”. Nell’articolo fornisce un suo indice delle questioni che la presenza di contenuti religiosi sulle piattaforme digitali solleva, riassumendole in termini di «autenticità dell’esperienza, frammentazione del messaggio, esposizione a discorsi estremi e perdita di centralità del corpo nella pratica religiosa», ma è proprio su quest’ultima tensione che si concentra. Forte delle analisi di altri studiosi, sottolinea che «nelle pratiche religiose o liturgiche la presenza corporea è molto importante», perché nei rituali «si fanno gesti, si adottano posture, si leggono le scritture sacre, si canta, si accendono candele», ovvero il corpo «è il veicolo principale per adorare Dio, per condividere la fede con gli altri e per formare una comunità di fedeli». Dunque occorrerebbe «integrare le potenzialità del digitale senza perdere di vista la dimensione incarnata, comunitaria e simbolica che ha storicamente caratterizzato l’esperienza religiosa».
Il tema della incorporeità delle esperienze religiose, non solo in ambito cristiano, che si possono vivere nell’ambiente digitale è cruciale all’interno di un contributo di Cinthia Nicolini su “Religion Digital” (bit.ly/4wxNEmr). L’autrice ha un profilo singolare: musicoterapeuta, esperta di Guided Imagery and Music (GIM), sta approfondendo gli studi alla Complutense di Madrid in tema di spiritualità, musica e mito su basi di psicologia junghiana ed è attiva sui social, in particolare con il podcast “Mitomúsica y algo más”. Nell’articolo fornisce un suo indice delle questioni che la presenza di contenuti religiosi sulle piattaforme digitali solleva, riassumendole in termini di «autenticità dell’esperienza, frammentazione del messaggio, esposizione a discorsi estremi e perdita di centralità del corpo nella pratica religiosa», ma è proprio su quest’ultima tensione che si concentra. Forte delle analisi di altri studiosi, sottolinea che «nelle pratiche religiose o liturgiche la presenza corporea è molto importante», perché nei rituali «si fanno gesti, si adottano posture, si leggono le scritture sacre, si canta, si accendono candele», ovvero il corpo «è il veicolo principale per adorare Dio, per condividere la fede con gli altri e per formare una comunità di fedeli». Dunque occorrerebbe «integrare le potenzialità del digitale senza perdere di vista la dimensione incarnata, comunitaria e simbolica che ha storicamente caratterizzato l’esperienza religiosa».
Messe e sacramenti virtuali, vita reale
Appare consapevole di questa tensione e di questa sfida, senza per ciò rinunciare ad affrontarla, l’esperienza della “arcidiocesi di Roblox” descritta su “Aleteia” anglofono (bit.ly/3PrfAYc) dalla collaboratrice Rose Bryan, insegnante di religione. Ho già fatto riferimento, in questa rubrica, alla popolare piattaforma di videogiochi Roblox, dove ogni utente può creare il proprio mondo virtuale e poi “giocarci” dentro con altri utenti, e all’allestimento, al suo interno, di messe virtuali (bit.ly/4d6dwN1). Ora pare che il fenomeno si sia consolidato in varie arcidiocesi (una l’ho trovata nelle Filippine bit.ly/4w7SNBc), mentre la simulazione delle liturgie si allarga ad altri aspetti della vita comunitaria, come l’evangelizzazione (attraverso la riproposizione delle omelie sugli account social). Il gruppo di cui riferisce “Aleteia” su Roblox conta 8mila membri e rimbalza su YouTube bit.ly/4weglEz, Instagram, TikTok. Si preoccupa di non creare confusione sulla sua natura: un avviso bene in vista afferma: «Nessun sacramento virtuale è valido nella vita reale», sottolineando che ci troviamo in gioco di ruolo e che il suo obiettivo dichiarato è solo «innescare la meditazione e ispirare i giocatori a ricevere i sacramenti nella vita reale». In un mondo «in cui i giovani trascorrono molto tempo negli spazi digitali», conclude un po’ ottimisticamente Bryan, «l’arcidiocesi di Roblox rappresenta un altro esempio di come la nuova evangelizzazione possa mettere radici anche nel metaverso, invitando le anime, un avatar alla volta, a incontrare Cristo».
Appare consapevole di questa tensione e di questa sfida, senza per ciò rinunciare ad affrontarla, l’esperienza della “arcidiocesi di Roblox” descritta su “Aleteia” anglofono (bit.ly/3PrfAYc) dalla collaboratrice Rose Bryan, insegnante di religione. Ho già fatto riferimento, in questa rubrica, alla popolare piattaforma di videogiochi Roblox, dove ogni utente può creare il proprio mondo virtuale e poi “giocarci” dentro con altri utenti, e all’allestimento, al suo interno, di messe virtuali (bit.ly/4d6dwN1). Ora pare che il fenomeno si sia consolidato in varie arcidiocesi (una l’ho trovata nelle Filippine bit.ly/4w7SNBc), mentre la simulazione delle liturgie si allarga ad altri aspetti della vita comunitaria, come l’evangelizzazione (attraverso la riproposizione delle omelie sugli account social). Il gruppo di cui riferisce “Aleteia” su Roblox conta 8mila membri e rimbalza su YouTube bit.ly/4weglEz, Instagram, TikTok. Si preoccupa di non creare confusione sulla sua natura: un avviso bene in vista afferma: «Nessun sacramento virtuale è valido nella vita reale», sottolineando che ci troviamo in gioco di ruolo e che il suo obiettivo dichiarato è solo «innescare la meditazione e ispirare i giocatori a ricevere i sacramenti nella vita reale». In un mondo «in cui i giovani trascorrono molto tempo negli spazi digitali», conclude un po’ ottimisticamente Bryan, «l’arcidiocesi di Roblox rappresenta un altro esempio di come la nuova evangelizzazione possa mettere radici anche nel metaverso, invitando le anime, un avatar alla volta, a incontrare Cristo».
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