I social e la liturgia delle ore
nella società post-digitale

Il consumo dispersivo di contenuti online, talvolta anche a sfondo religioso, scandisce la nostra vita quotidiana tanto quanto la preghiera dà il ritmo alla vita contemplativa
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June 6, 2026
I social e la liturgia delle ore
nella società post-digitale
/Foto Icp
Quattro mesi fa, il priore generale della comunità benedettina di Camaldoli, dom Matteo Ferrari, attirò l’attenzione dell’infosfera ecclesiale (e di questa rubrica bit.ly/4ujBYRQ) per aver affermato che «Internet, l’uso dello smartphone e dei social, i video e i film online, l’uso di WhatsApp senza regole sono una sfida per la vita monastica e religiosa», e per avere di conseguenza dettato regole piuttosto severe a proposito del consumo individuale di contenuti sulle piattaforme digitali da parte dei postulanti, dei novizi e dei professi semplici dei monasteri camaldolesi. Oggi Javier Gil Quintana, studioso spagnolo della società postdigitale, utilizza su “Religion Digital” (bit.ly/4ubxFYz) la metafora della Liturgia delle ore che scandisce la vita contemplativa per mettere in guardia la più vasta massa degli utenti dal lasciarsi dettare dagli algoritmi i tempi della propria vita quotidiana. Tra i due «ritmi» egli vede infatti un rapporto «quasi identico», ma «invertito nella finalità», giacché uno invita ad alzare lo sguardo, l’altro ad abbassarlo, «uno spinge a elevare la mente verso il trascendente in comunità, l’altro a disperdere la mente verso il mercato come consumatori solitari di contenuti». Scendendo nei dettagli: alle Lodi mattutine corrisponde il «risveglio ansioso» dell’80% delle persone che consulta i propri dispositivi di prima mattina; la pausa pranzo, diversamente dall’Ora media monastica, si converte in un picco delle interazioni sulle reti sociali.
Le mattinate a guardare il cellulare
I Vespri, poi, non sono l’offerta del lavoro della giornata ma il momento in cui si nutre la propria ansia scrollando sugli schermi grappoli di notizie negative («doomscrolling»); a Compieta non si fa ringraziamento e riflessione ma, di nuovo, si consumano contenuti in streaming e sui social fino all’«insonnia dopaminergica». Ma se «trascorriamo le mattinate a guardare il cellulare invece di rendere grazie, i pasti a scorrere i social invece di condividere, i pomeriggi a distrarci invece di guardare i nostri figli e le serate a consumare contenuti invece di addentrarci nella nostra coscienza», arriviamo a «perdere i rituali» e «le azioni simboliche che potrebbero strutturare la nostra vita, darle un senso e unirci agli altri». A modo di corollario, si può aggiungere che non di rado sono temi religiosi a nutrire contenuti tipici dell’intrattenimento online, come gli animali domestici e le abitudini alimentari. Pochi giorni fa “Aleteia” (bit.ly/43eO97q) ha riferito del successo, 177mila visualizzazioni, del reel di un gattino che, alle porte di una chiesa in Messico, posa la zampa anteriore sul capo dei fedeli che entrano, con un atto che appare benedicente. Ma l’autrice Cerith Gardiner non segnala che l’account Instagram che ha pubblicato il reel, “Trad West” (bit.ly/4xagsS5), d’impronta devozionale, 600mila follower, serve al titolare Pedro Silva da cavallo di Troia per attrarre gli utenti su altri suoi account Facebook e YouTube, dai quali propaganda contenuti discutibili legati a stereotipi maschili.
Il fenomeno dell’«alimentazione biblica»
Del secondo ambito si è occupato, di recente, nientemeno che il “New York Times”, in un articolo ripreso su “Linkiesta”, col brillante titolo «Croce e delizia» (bit.ly/4uPQnWX), da Anna Prandoni, divulgatrice enogastronomica. Il dato preso in esame è quello di chi, negli Stati Uniti, attinge alla Scrittura, in particolare all’Antico Testamento, per promuovere attraverso le reti sociali «una galassia di pratiche che mescola fede cristiana, nostalgia rurale, diffidenza verso l’industria alimentare e cultura della performance personale». Il punto, sostiene Prandoni, «non riguarda tanto l’elenco degli alimenti consentiti, quanto il significato attribuito al gesto del nutrirsi. Per molti di questi influencer, il cibo diventa un’estensione della disciplina interiore e una dimostrazione concreta della propria fede: eliminare zuccheri raffinati, coloranti, prodotti ultra-processati o ingredienti industriali non è presentato soltanto come una scelta di benessere, ma come un atto di obbedienza e una pratica quasi ascetica». Certo il fenomeno dell’«alimentazione biblica» non nasce oggi, ma sono nuovi il linguaggio e i media. «Non si predica dal pulpito ma si pubblica un video e lo si monetizza costruendo community che acquistano ebook, programmi, sessioni individuali». E qui si ritorna al tema, sollevato da Quintana, dei contenuti da consumare secondo un ritmo pervasivo, tra i quali va annoverata anche questa specifica – e certo un po’ fondamentalista – fede biblica.

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