Quei "missionari digitali" in viaggio con il Papa

Per raccontare i giorni in cui Leone XIV ha visitato la Spagna la Chiesa ha affiancato ai giornalisti, “religiosi” e non, lo sguardo dei credenti online, destinato a chi credente non è più o non è ancora
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June 13, 2026
Quei "missionari digitali" in viaggio con il Papa
José Manuel De Urquidi
Il viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna, conclusosi ieri, è stato il primo a giovarsi, sul piano comunicativo, del contributo, programmato e organizzato, dei missionari digitali. In una cronaca sul sito dell’arcidiocesi di Madrid della fine di maggio si può leggere come questo contributo sia stato preparato: 150 di loro sono stati fisicamente radunati presso la Fondazione Paolo VI e hanno ascoltato l’arcivescovo card. José Cobo Cano, il segretario del Dicastero per la comunicazione Lucio Adrián Ruíz, il direttore della Rete mondiale di preghiera del Papa Cristobal Fones (a testimoniare che l’iniziativa era presa di concerto con la Santa Sede) e altre figure della comunicazione ecclesiale locale e universale. Interessanti le parole del card. Cobo: «Siete quelli che possono aiutare gli altri ad abitare il mondo virtuale, e farlo con un linguaggio che tutti capiscono», ha detto ai missionari digitali, chiedendo loro di non vedere la visita del Papa come un evento, di non competere né cercare numeri ma di guardarla e raccontarla, anche ai non credenti, con il linguaggio del Vangelo. Anche secondo mons. Ruíz «l'obiettivo è raggiungere coloro che sono lontani», quanti «portano in sé una domanda esistenziale, in modo che sentano la carezza di Dio e che la misericordia possa raggiungerli», portandola negli «spazi aperti» della Rete, «dove molti non capiscono i nostri termini». Perché «le parabole erano l’Instagram di Gesù».
Sull’insidioso terreno del rapporto con la comunicazione di massa, la Chiesa sembra dunque giocare, in occasione di un avvenimento di grande risonanza come un viaggio papale, una nuova carta: affiancare alla mediazione dei giornalisti, “religiosi” e non, un altro soggetto, il cui racconto è fatto da un punto di vista credente ma si spera arrivi a chi credente non è più, o non è ancora. Sintetizzando nel linguaggio secolare dei grandi media l’iniziativa, “El País” ha titolato il 6 giugno (giorno dell’arrivo di Leone XIV): «Un esercito di “influencer” cattolici sbarca a Madrid per viralizzare la visita del Papa». Sin dall’accoglienza in aeroporto, annuncia Sara Castro sul secondo quotidiano spagnolo, i missionari digitali si divideranno i vari momenti della visita, potendo godere di «postazioni riservate che gli consentiranno una buona panoramica di ciascun evento», come l’attico provvisoriamente affittato su Plaza de Cibeles da dove trenta di loro hanno seguito la messa celebrata da Leone XIV domenica 7 giugno. È presto per misurare i risultati di questa iniziativa, ammesso che sia mai possibile misurarli. Più facile soppesare la copertura informativa del viaggio assicurata dai maggiori siti di informazione religiosa ispanofona, come “Vida Nueva”, “Religion Digital”, “Aciprensa” e “Revista Ecclesia” (oltre al plurilingue “Aleteia), o le visite – 68 milioni – ricevute dal sito appositamente aperto dall’arcidiocesi, o la diffusione dell’hashtag #conelpapa e simili.
Qualcosa di più si apprende da uno dei primi post di José Manuel De Urquidi sul suo neonato sito “Evangelization Lab”. Altrove ho decritto questo autore un imprenditore della missione digitale, che come tale è stato membro a pieno titolo dell’ultimo Sinodo (nomina pontificia su indicazione dell’Assemblea sinodale continentale dell’America Latina). Egli chiama «esperimento» quello tentato dalla Chiesa locale con questa mobilitazione dei missionari digitali intorno al viaggio del Papa. Quelli accreditati, dice, potevano vantare complessivamente 80 milioni di follower, e hanno attratto centinaia di milioni di visualizzazioni. Era una prima volta, e dunque De Urquidi non nega che vari aspetti siano da perfezionare (accenna anche a critiche giunte dall’interno come dall’esterno della Chiesa), tra i quali il rischio di uno slittamento da «missionario» a «ripetitore» e quello, opposto, di una deriva del «missionario» verso la «celebrità». Poi punta decisamente verso un interrogativo che l’organizzazione di grandi mobilitazioni ecclesiali suscitava anche prima che a tali mobilitazioni contribuissero le reti sociali: come dare a esse seguito? «Siamo bravi al momento dell’attrazione, ma non lo siamo altrettanto nel passo successivo». Il vero lavoro che inizia da questa settimana è quello «per cui nessuno applaude: il percorso che porta da un momento virale ai sacramenti». Augurandosi, conclude l’autore, che altre diocesi guardino a questo esperimento e ne traggano ispirazione.
 

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