I Mondiali di calcio nell’infosfera ecclesiale
Le notizie che l’informazione religiosa sta sfornando sui Mondiali raccolte in tre gironi: quello della “buona partita”, quello del “Vangelo della prosperità (sportiva)” e quello della “calcistica humanitas”

I Mondiali di calcio, come le Olimpiadi e qualche altra grande manifestazione sportiva, sono eventi che i media non possono assolutamente ignorare, compresa l’infosfera ecclesiale. Da un mese a questa parte ho scandagliato le maggiori reti mondiali di informazione religiosa e ho raccolto i post dedicati ai Mondiali in tre “gironi” tematici. Il primo girone è quello che definirei, paolinamente, “La buona partita”: il calcio come tale e i Mondiali come massima sua manifestazione diventano l’occasione per mostrare la persistenza del dato della fede nella cultura popolare. Alcune storie (rinuncio a fornire i link ai singoli testi per non appesantire la lettura) sono un po’ forzate, come il legame tra la nazionale argentina e quella di Capo Verde (avversarie ai sedicesimi di finale) nel nome del “Negro Manuel”, originario dell’arcipelago africano, deportato a Buenos Aires come schiavo e divenuto testimone del primo miracolo della Vergine di Luján, patrona dell’Argentina. O come l’accurata presentazione degli Undici apostoli in versione squadra di calcio (schierata con un 3-4-3, Pietro in porta), i quali “ribaltano” una partita, quella dell’evangelizzazione, che credevano compromessa dopo la passione e morte del Signore. Altre storie sono più consuete: si parla dei grandi club calcistici fondati da preti; di santi e beati che nella vita terrena amavano giocare a calcio; del tifo che gli ultimi papi hanno manifestato per questa o quella squadra.
Chiamerei il secondo girone “Il Vangelo della prosperità (sportiva)”, con sullo sfondo la mai abbastanza chiarita questione del “Dio tiene per noi”. Le notizie vanno dal “battesimo” dell’aereo che ha trasportato la nazionale brasiliana ai Mondiali alla lettura provvidenziale che Messi dà del proprio talento; dalla messa cui ha partecipato la nazionale della Croazia durante il ritiro alla preghiera congiunta di alcuni atleti della Germania e di Curaçao in mezzo al campo, a fine partita (dopo che il tedesco Nmecha aveva offerto al Cielo il suo goal); dal Bambino Gesù vestito con la maglia della nazionale nella cattedrale di Città del Messico alle affermazioni di alcuni giocatori statunitensi sulla propria fede cristiana. Nessuno dei protagonisti di questi gesti, se interpellato, dichiarerebbe esplicitamente di pregare il Signore per un successo sportivo, e anzi è probabile che ognuno li descriverebbe secondo la sola prospettiva religiosamente sensata, e cioè che, come dichiarò l’allenatore del Brasile Tite durante i Mondiali del 2022, Dio è uno solo, per noi e per gli avversari, e che dunque non lo si può pregare per la propria vittoria, ma perché aiuti a essere generosi con i compagni e leali con gli avversari, e perché nessuno si faccia male. Ma se dall’interpretazione dei protagonisti si passa a quella dei tifosi, attraverso quella dei giornalisti che danno queste notizie, si capisce che la tentazione di pensare che, se adeguatamente invocato, Dio stia dalla propria parte è forte e chiara.
Per il terzo girone ho immaginato il nome di “Calcistica humanitas”: riflette le voci che, dall’interno della Chiesa, sottolineano le ricadute sociali dei Mondiali. Gli eventi sportivi comportano spostamenti significativi di persone, con il conseguente incremento – specie se a ospitarli sono paesi con forti differenze sociali, come, nel caso dei Mondiali, il Messico – dello sfruttamento sessuale di donne e minori: lo denuncia il vescovo ausiliare della capitale latinoamericana, F.J. Acero. Anche il fenomeno delle scommesse online, di cui sono vittima soprattutto i ceti disagiati, è destinato a crescere in questi giorni: l’allarme viene dai vescovi di Argentina e Brasile. C’è poi chi, nella Chiesa, si inventa un modo speciale per stare dalla parte dei poveri durante i Mondiali: mentre parrocchie e movimenti latinoamericani si sono mobilitati per aiutare i bambini a collezionare le figurine dei calciatori senza dover sostenere i costi, per loro proibitivi, dell’acquisto delle bustine, a Madrid padre Ángel García Rodríguez ha collocato nella chiesa di San Antón, aperta giorno e notte, degli schermi televisivi per consentire anche ai senza tetto di seguire le partite. Di tutto ciò è consapevole il card. Joseph Tobin, la cui diocesi di Newark ospiterà la finale del torneo: «Eventi di questa portata possono creare occasioni di sfruttamento delle persone vulnerabili. Come discepoli di Gesù Cristo, siamo chiamati a riconoscere la dignità di ogni persona e a prestare attenzione a coloro che potrebbero trovarsi in situazioni di rischio».
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