Con l'IA studiare matematica serve ancora?

Jensen Huang, ceo di Nvidia è convinto che tabelline e radici quadrate non serviranno più. Bisogna distinguere tra l'apprendimento e la delega cognitiva alla tecnologia
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October 9, 2026
Con l'IA studiare matematica serve ancora?
/ ICP
Le tabelline, le radici quadrate, le divisioni in colonna servono ancora? A questa domanda Jensen Huang ha risposto che la matematica di base con l’IA non serve più. Giudizio lapidario.
Ma è vero? Va considerato che Huang non è un pedagogista o un neuroscienziato, ma è il Ceo di Nvidia, l’azienda che produce i chip necessari per l’addestramento e il funzionamento dell’intelligenza artificiale. Ogni prompt su qualsiasi modello da parte di uno studente che per i compiti si affida all’IA significa un aumento di fatturato per Nvidia. Huang ha anche tirato fuori un aneddoto, nella stessa conversazione con l’editorialista del New York Times, Ezra Klein quando ha sostenuto che non contino più molto le conoscenze di base oggi: raccontando che qualche anno fa quando gli è stato chiesto il suo codice postale è andato nel panico, perché non riusciva a ricordare il proprio indirizzo, né il proprio numero di telefono…
In questo modo ha citato la teoria della “mente estesa”, secondo cui i processi cognitivi non avvengono soltanto nel nostro cervello. È un argomento antico, ce lo siamo portati dietro a lungo, chiedendoci “Ma Google ci rende stupidi?”. E prima ancora con la calcolatrice, con il computer. C’è persino un passaggio nel dialogo tra Fedro e Socrate nel quale l’invenzione meravigliosa della scrittura viene criticata perché «produrrà dimenticanza nelle anime di chi l’avrà appresa, perché non fa esercitare la memoria». 
Ma allora Huang ha ragione a dire che perderemo qualcosa senza la matematica di base, ma diventeremo migliori pensatori di sistemi? I dati, contenuti nello studio scientifico “The Generative AI Learning Penalty”, dimostrano che senza l’utilizzo dei chatbot peggiora il processo di apprendimento degli studenti che sono stati abituati a usare solo quelli, da sempre. I voti di chi usa l’intelligenza artificiale per i compiti a casa salgono del 18% e il tempo per farli diminuisce da 64 a 45 minuti: sembra un successo nel breve termine. Però le verifiche in classe, svolte senza l’utilizzo di modelli IA, hanno dei risultati in calo del 20% in sei mesi. Ed è questo il dato che dovrebbe farci preoccupare.
Secondo il professor Matteo Flora, esperto di IA e sicurezza informatica, «Huang il codice postale l’ha saputo, a un certo punto della vita, e ha smesso di ricordarlo quando non gli serviva più; allo stesso modo la divisione in colonna l’ha saputa fare abbastanza a lungo da costruirci sopra un’intuizione dei numeri che oggi gli permette di guardare un bilancio o una curva di consumo energetico e capire in un secondo se qualcosa non torna. La tabellina che si dimentica da adulti lascia un’impalcatura, mentre quella che non si impara mai lascia il vuoto».
Per dirla con lo scienziato Bill Thurston, la matematica si traduce in comprensione e chiarezza di pensiero, e anzi l’idea per cui debba solo produrre risultati corretti risulta tossica a ogni livello: un’equazione risolta serve a trasformare chi la risolve, un passaggio che nessuna macchina può compiere al posto nostro. Citando ancora Flora «per capire se un sistema funziona bisogna saper stimare un ordine di grandezza, accorgersi che un risultato è dieci volte troppo grande e sono proprio le abilità che si costruiscono facendo a mano, per anni, i conti noiosi»: è importante, quindi, distinguere tra il processo di apprendimento con il quale riusciamo a costruire le nostre abilità e competenze e il momento in cui, invece, scegliamo di delegare alla tecnologia parte dei nostri compiti cognitivi. 

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