Microdrama, quando una storia dura meno di un minuto e mezzo
Dalla Cina all’Occidente spopolano le serie tv da 90 secondi. Un fenomeno che racconta come gli algoritmi stanno cambiando il nostro modo di seguire le storie e di prestare attenzione

Un minuto e mezzo per innamorarsi, tradire, scoprire che il fidanzato è un miliardario sotto mentite spoglie e magari morire. Poi si ricomincia. Niente lunghe introduzioni, personaggi da conoscere lentamente o trame che si sviluppano nel corso delle puntate. Tutto deve accadere subito. Possibilmente nei primi tre secondi. E quando arriva il momento di capire come andrà a finire, lo schermo si interrompe. Per conoscere il seguito bisogna guardare un altro episodio. E poi un altro ancora.
Benvenuti nell'universo dei microdrama, le serie televisive da 60 o 90 secondi, girate in verticale e pensate per essere consumate sullo smartphone. Nate in Cina, stanno conquistando gli Stati Uniti e l'Europa. Il Guardian ha dedicato al fenomeno un articolo della giornalista Imogen West-Knights, che ha provato a immergersi in queste fiction dalle trame improbabili, popolate di amori impossibili, tradimenti e improvvise rivelazioni. Il risultato è un intrattenimento che non concede tregua allo spettatore: ogni scena deve provocare una reazione, ogni dialogo deve preparare un colpo di scena.
Sarebbe facile liquidare tutto come l'ennesimo prodotto di una generazione incapace di concentrarsi. Ma i numeri raccontano qualcosa di più interessante. Secondo la società di ricerca Omdia, negli Stati Uniti i microdrama hanno raggiunto 66 milioni di utenti mensili nel 2025. Nel Regno Unito erano già 8,2 milioni. E il mercato globale potrebbe valere 14 miliardi di dollari entro la fine del 2026. Non è una moda marginale. È un'industria che sta costruendo un nuovo modo di produrre e consumare le storie.
Reuters racconta che a Hollywood sono sorti studi cinematografici dedicati esclusivamente a queste produzioni. Una serie può comprendere decine di episodi, realizzati con costi molto inferiori rispetto alla televisione tradizionale. Le piattaforme, come ReelShort e DramaBox, offrono gratuitamente le prime puntate e poi invitano a pagare per continuare. Il vero prodotto, dunque, non è soltanto la storia: è il desiderio di sapere cosa succederà dopo.
Naturalmente, la narrazione a puntate non è un'invenzione degli algoritmi. Nell'Ottocento i romanzi d'appendice conquistavano i lettori con lo stesso meccanismo dell'attesa. E il cinema, la radio e la televisione hanno sempre cercato il modo di trattenere il pubblico. La differenza è che oggi sembra essere scomparso proprio lo spazio dell'attesa. Non bisogna lasciare allo spettatore il tempo di distrarsi, di riflettere, magari perfino di annoiarsi. Ogni secondo deve contenere una promessa e possibilmente una ricompensa.
Eppure, una storia non è soltanto ciò che accade. È anche ciò che matura lentamente, quello che non comprendiamo subito, il silenzio tra due parole. La brevità non è necessariamente sinonimo di superficialità: un racconto di poche righe può avere più profondità di un romanzo interminabile. La questione, allora, non è quanto dura una storia, ma quanta libertà lascia a chi la guarda.
Forse i microdrama non dimostrano che abbiamo perso la capacità di prestare attenzione. Ci raccontano piuttosto che qualcuno ha imparato a trasformare ogni frammento della nostra attenzione in un'opportunità commerciale. E che, mentre continuiamo a chiederci come andrà a finire la prossima puntata, rischiamo di dimenticare il piacere di una storia che non ha fretta di arrivare da nessuna parte.
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