Come Meta ha disinnescato il processo del secolo

Se "una multa è un prezzo": le ragioni per cui la sanzione multimiliardaria a Meta è in realtà un trionfo per la big tech di Mark Zuckerberg
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September 11, 2026
Come Meta ha disinnescato il processo del secolo
Manifestanti fuori dall'aula del tribunale di Oakland in California / ANSA
«A fine is a price», in italiano «una multa è un prezzo». Con quest’espressione si potrebbe titolare la fine di quello che era stato annunciato come “il processo dei processi”, che avrebbe potuto cambiare la nostra modalità di stare sui social media. E, invece, le udienze al tribunale federale di Oakland, negli Stati Uniti sono andate avanti soltanto per sette giorni. Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, nel processo di Oakland, doveva difendersi dall’accusa di aver progettato le proprie piattaforme in modo da creare dipendenza e violando la privacy degli utenti con meno di 18 anni. Ma l’ottavo giorno quando è stato annunciato il patteggiamento tra le parti – peraltro senza alcuna ammissione di colpa o di responsabilità da parte di Meta – il titolo della società di Mark Zuckerberg ha pure guadagnato in borsa.
Ma, quindi, chi è il vincitore nella causa? Chi verrà risarcito, vale a dire la coalizione di Stati americani che ha intentato la causa? Oppure chi dovrà risarcire, pagando semplicemente una multa da quasi 18 miliardi di dollari e seguendo una serie di restrizioni?
E ancora, che effetti avrà il processo interrotto quasi subito su chi era pronto a fare causa alla big tech di Menlo Park? E sulle altre piattaforme, come TikTok o YouTube? Va detto innanzitutto che, in termini di impatto economico, per Meta che ha un utile annuo di 60 miliardi, il risarcimento dilazionato in 10 anni con una rata all’anno da 1,2 miliardi rappresenta una semplice voce di costo da aggiungere al proprio bilancio: equivalente al 2% dell’utile netto annuo. Se facciamo un paragone con la nostra vita di tutti i giorni significa privarsi di un un caffè al giorno per 10 anni.
Ma il punto non è solo legato alle cifre, in termini assolute basse, Meta ha trasformato un rischio giudiziario incalcolabile in un costo aziendale calcolabile. Tornando al citato studio degli economisti di Uri Gneezy e Aldo Rustichini del 2000 e applicandolo a quanto accaduto alla vicenda di Meta: l’introduzione di una multa può aumentare i comportamenti scorretti invece di ridurli. «Quando si introduce una sanzione pecuniaria, le persone smettono di percepire quell’azione come una violazione morale o sociale e iniziano a vederla semplicemente come un costo da pagare per ottenere un servizio» ha spiegato il tecnologo Matteo Flora. C’è pure un altro aspetto strategico che avvantaggia Meta, ben sottolineato dal professor Flora, esperto di tecnologie e reputazione digitale: una quota dell’accordo (circa 5,3 miliardi di dollari, pari al 30%) scatterà solo se anche i concorrenti come TikTok e YouTube accetteranno le stesse restrizioni imposte dall’accordo, sborsando cifre analoghe. Secondo Flora, «in questo modo Meta ha evitato di rimanere l’unica a subire alcuni limiti e ha spinto i procuratori a colpire anche i suoi competitor».
Terzo punto cruciale, con l’interruzione del procedimento al settimo giorno di udienza a dispetto delle sei settimane previste, la big tech di Menlo Park ha pure evitato che rimanessero le testimonianze sotto giuramento di ex dirigenti che avrebbero confermato che i vertici aziendali erano a conoscenza dei principi dell’addictive design con cui sono state costruite le piattaforme social, dando priorità ai profitti a discapito della sicurezza digitale degli utenti minori. Questa vittoria strategica di Meta sta tutta nell’aver evitato una sentenza di condanna che avrebbe fatto giurisprudenza e creato un precedente legale pericoloso per altre cause non solo negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo.

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