C'è una generazione che chiede di poter scegliere

Un'analisi dei costi reali – lavorativi, materiali ed educativi – di una tecnologia di cui l'utente subisce le scelte senza poterne discutere il prezzo.
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June 26, 2026
C'è una generazione che chiede di poter scegliere

C’è un suono nuovo che accompagna l’avanzata
dell’intelligenza artificiale

Non è il ronzio dei server, né la voce educata dei chatbot. È un fischio. Anzi: una bordata di fischi.
È successo nelle università americane. A maggio, all’University of Arizona, l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha provato a raccontare agli studenti il passaggio dall’era di Internet a quella dell’IA. La platea lo ha ascoltato finché Schmidt non ha evocato la scelta del Time, che nel 2025 ha incoronato “persona dell’anno” gli “architetti dell’intelligenza artificiale”: Sam Altman, Jensen Huang, Demis Hassabis, Elon Musk e gli altri protagonisti della nuova corsa tecnologica. A quel punto sono partiti i fischi.
Non era un caso isolato. Alla University of Central Florida, Gloria Caulfield è stata contestata appena ha definito l’IA “la prossima rivoluzione industriale”. Alla Middle Tennessee State University, Scott Borchetta, il discografico che scoprì Taylor Swift, ha ricevuto la stessa accoglienza parlando di intelligenza artificiale e musica. La sua replica — “fatevene una ragione” — ha reso palese il problema: chi guida la transizione la presenta come inevitabile; chi la subisce chiede almeno di discuterne il prezzo.
Andrea Daniele Signorelli, in una puntata del podcast Crash, ha colto bene questo cambio di clima: non siamo davanti a una semplice paura del nuovo, ma a un’ostilità crescente verso una tecnologia percepita come calata dall’alto, opaca nei costi e diseguale nei benefici.

Il primo costo è quello del lavoro.

Non tutti i licenziamenti attribuiti all’IA dipendono davvero dall’IA: spesso è “AI-washing”, un modo elegante per giustificare tagli legati a costi e riorganizzazioni. Ma un altro fenomeno pesa di più: un giovane oggi non riesce più a fare la "famosa gavetta". Secondo SignalFire, nelle grandi aziende tecnologiche americane le assunzioni di neolaureati sono oggi più che dimezzate rispetto al 2019. Se l’IA diventa l’assistente dei profili senior, che cosa resta agli assistenti umani? I giovani come possono imparare il mestiere, se le mansioni di base vengono automatizzate prima ancora di diventare esperienza?

Il secondo costo è materiale.

L’IA sembra immateriale, ma vive in luoghi concretissimi: data center, linee elettriche, trasformatori, acqua, suolo. Negli Stati Uniti cresce la protesta delle comunità locali contro nuovi centri dati accusati di consumare energia, aumentare la pressione sulle reti, produrre rumore e rincari. A maggio 2026 Alexandria Ocasio-Cortez ha mostrato al Congresso barattoli di acqua torbida provenienti dalla contea di Morgan, in Georgia, dove i residenti collegano i problemi idrici alla costruzione di un grande data center Meta.

Il terzo costo è educativo.

Big Tech entra nelle scuole promettendo tutor personalizzati e apprendimento potenziato. Ma famiglie e insegnanti si chiedono che cosa significhi crescere delegando a una macchina la ricerca, la scrittura, perfino il dubbio. Il rischio non è solo copiare: è impoverire il processo con cui si impara a pensare.
Il punto non è fischiare l’IA come se bastasse spegnere un interruttore. Il punto è rifiutare la retorica dell’inevitabile. Ogni tecnologia porta con sé una domanda politica: chi decide, chi paga, chi guadagna, chi resta fuori. I fischi degli studenti, forse, dicono questo. Non nostalgia, ma una richiesta di cittadinanza in questo incerto futuro.

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