«Le sanzioni alla Corte penale internazionale sono un ostacolo per chi chiede giustizia»
di Nello Scavo
Parla Paolina Massidda, che dirige l’Ufficio pubblico della Cpi per la rappresentanza legale delle vittime. «L'assegnazione del Premio Sacharov è un riconoscimento importante nella lotta contro l'impunità. Proteggerci non è soltanto una questione istituzionale: è un imperativo morale e giuridico»

«È un riconoscimento importante del ruolo della giustizia internazionale nella difesa dei diritti umani e nella lotta contro l’impunità». Ma dietro le istituzioni ci sono soprattutto le persone. «Chi si affida a noi spesso ha perso familiari, casa, sicurezza e fiducia nelle istituzioni. Ci consegna la propria storia e una parte della propria speranza. Non possiamo abbandonarlo». Paolina Massidda è “principal counsel” della Corte penale internazionale. Dirige l’Ufficio pubblico della Corte per la rappresentanza legale delle vittime, che fino ad oggi ha assistito più di 80mila persone colpite dai crimini indagati e giudicati dalla Cpi. Nel giorno del premio Sacharov, avverte che le sanzioni imposte dagli Usa rischiano di compromettere non solo il funzionamento della giustizia internazionale, ma anche la possibilità per le vittime di ottenere ascolto, assistenza e riparazione.
Che cosa significano queste restrizioni per lei e per la sua famiglia?
È una situazione seria, che non riguarda soltanto il piano professionale. Le sanzioni possono incidere sul lavoro della Corte, sul personale e sulle famiglie. Per me è anche una questione personale, legata alla responsabilità verso le vittime che rappresento. Chi si affida a noi spesso ha perso familiari, casa, sicurezza e fiducia nelle istituzioni. Ci consegna la propria storia e una parte della propria speranza. Non possiamo abbandonarlo. Non farsi intimidire non significa ignorare i rischi, ma affrontarli senza rinunciare all’indipendenza professionale. La determinazione individuale, però, non basta: gli Stati devono garantire alla Corte le condizioni per continuare.
Cosa cambia per le vittime?
Per molte di loro la Corte è il luogo in cui possono finalmente essere ascoltate e ottenere il riconoscimento delle violazioni subite. Le sanzioni rischiano di ostacolare questo percorso attraverso difficoltà nei pagamenti, nei servizi e nelle collaborazioni con le organizzazioni che le assistono. Il Fondo fiduciario per le vittime ha già espresso preoccupazione per le possibili conseguenze sulle riparazioni e sui programmi di riabilitazione fisica e psicosociale, istruzione e sostegno economico. Non parliamo soltanto del funzionamento di un tribunale, ma della possibilità per persone sopravvissute a violenze, torture e persecuzioni di ricostruire la propria vita.
Quali attività rischiano di fermarsi per prime?
Le prime difficoltà potrebbero riguardare attività meno visibili ma indispensabili: servizi finanziari e tecnologici, pagamenti, comunicazioni sicure, spostamenti , collaborazioni con organizzazioni locali. Anche un fornitore che si ferma per timore delle sanzioni può compromettere la partecipazione delle vittime.
Potete garantire la sicurezza dei testimoni?
Chi vive in territori di conflitto affronta già rischi, distanze, difficoltà economiche e possibili ritorsioni. Non possiamo aggiungere altri ostacoli. La protezione dei testimoni richiede riservatezza, valutazioni individuali dei rischi e cooperazione affidabile. Sono condizioni che devono essere salvaguardate.
Le conseguenze possono estendersi anche sui casi in corso come Sudan, Congo, Ucraina, Medio Oriente?
Il rischio è sistemico. Le misure contro la Corte come istituzione possono incidere su risorse, infrastrutture e servizi utilizzati anche per procedimenti estranei alle contestazioni statunitensi. Non significa che tutti i procedimenti subiranno le stesse conseguenze o che siano già stati interrotti. Ma occorre prevenirlo. Ogni situazione deve essere giudicata secondo lo Statuto di Roma e le prove, indipendentemente dalla potenza degli Stati coinvolti. La sofferenza di una vittima non vale meno perché il suo conflitto riceve minore attenzione internazionale. Quando ascolto queste persone non penso a una graduatoria geopolitica delle sofferenze. Penso al loro diritto di essere riconosciute e ascoltate.
Washington contesta la giurisdizione sui cittadini degli Stati che non aderiscono alla Corte. Come risponde?
Le obiezioni sulla giurisdizione devono essere affrontate attraverso le procedure giuridiche, non esercitando pressioni sull’istituzione. Gli Stati Uniti non aderiscono allo Statuto di Roma, ma questo non esclude automaticamente la giurisdizione della Corte sui loro cittadini. L’articolo 12 prevede che possa esercitarla quando i presunti crimini sono commessi sul territorio di uno Stato parte, anche se l’indagato è cittadino di uno Stato non aderente. Non si tratta di una competenza illimitata: ogni caso richiede una valutazione secondo le norme applicabili e nel rispetto dei diritti della difesa. Contestare la giurisdizione è legittimo, ma devono essere i giudici a decidere, non le pressioni politiche.
Quali misure chiedete all’Italia e all’Unione europea?
Le dichiarazioni di solidarietà devono tradursi in interventi concreti. Occorre garantire alla Corte servizi finanziari, tecnologici e amministrativi, oltre alle risorse necessarie per i procedimenti, l’assistenza e le riparazioni alle vittime. L’Unione europea dovrebbe valutare gli strumenti giuridici per proteggere gli operatori europei dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni, compreso il cosiddetto “Blocking Statute”, se ne ricorrono i presupposti. Serve inoltre una risposta diplomatica coordinata. Proteggere la Corte non è soltanto una questione istituzionale: è un imperativo morale e giuridico. La Corte rappresenta l’ultimo baluardo del diritto contro l’arbitrio della forza e l’impunità. Difenderla significa affermare che nessuno è al di sopra della legge e che le vittime non devono essere lasciate sole.
Se le sanzioni paralizzassero la Corte, quale segnale arriverebbe alle vittime e agli accusati?
Alle vittime arriverebbe il messaggio che, anche dopo aver trovato il coraggio di denunciare, la giustizia può essere ostacolata da pressioni politiche ed economiche. Agli accusati, che i meccanismi di accertamento delle responsabilità possono essere indeboliti dall’esterno. Naturalmente ogni imputato ha diritto alla presunzione di innocenza e a un processo equo. La giustizia non significa garantire condanne, ma assicurare procedimenti indipendenti. Una paralisi non produrrebbe automaticamente impunità, perché esistono anche strumenti nazionali. Ma indebolirebbe un’istituzione creata proprio per intervenire quando gli Stati non vogliono o non possono giudicare. Dietro ogni fascicolo ci sono persone e famiglie che rischiano di essere dimenticate. Non possiamo chiedere alle vittime di avere fiducia nella giustizia se noi per primi rinunciamo a difenderla.
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