Ultimatum, istruzioni per l'uso in casa e nel mondo
Si torna alla pratica faticosa della negoziazione, mettendo il telecomando al centro del tavolo, nella speranza che ci si ricordi di essere tutti figli di figli di figli.

È un nuovo giorno e una parte di questo pianeta si è svegliata con un nuovo conto alla rovescia: abbiamo guadagnato due settimane di tregua, almeno sulla carta. Nella notte abbiamo archiviato l’ultimo dei quattro ultimatum lanciati dal presidente Trump al regime iraniano — un quarto ultimatum che, di fatto, ha declassato i precedenti a quartultimatum, terzultimatum, secondimatum, e così via.
Questo affannoso esercizio di controllo basato sulla ritorsione mi suona molto familiare, letteralmente. Ne faccio esperienza quotidianamente, e forse anche voi, lettrici e lettori (buongiorno). Ho cercato altri esempi, per liberare almeno questa rubrica dal familismo che storicamente innerva ogni ambito della società italiana, ma purtroppo non mi viene in mente nessun’altra situazione in cui una controparte possa decidere con un potere tanto indiscutibile sull’altra. Se da figli sapessimo sindacalizzarci — se intuissimo in tempo questa possibilità — forse la storia cambierebbe, ma lo scopriamo da adulti, quando divulgarlo ai nostri figli sarebbe ormai controproducente.
Partire con un ultimatum definitivo è una scorciatoia, e anche un’illusione: niente più dolci, niente più cartoni e videogiochi se non fai quello che ti ho chiesto. Errore, Donald. Così inflazioni l’ultimatum: dopo l’ultimatum dell’ultimatum non resta più nulla. Fine della partita. L’affannosa ricerca di farsi prendere sul serio produce spesso l’effetto opposto: più si alza la posta, più si rivela che quella posta non regge. L’ultimatum ripetuto diventa un genere letterario, cosa hai ottenuto fin qui? Prezzo del petrolio in crescita, un ricompattamento (se non altro apparente) e un irrigidimento di quel regime che volevi rivoltare, vittime civili ed il mondo che ti guarda con terrore. Non benissimo, direi.
E dire che hai figli, dovresti saperlo. Hanno la stessa caparbia capacità di resistenza dimostrata dal regime iraniano in decenni. Ascoltaci, ascolta la nostra esperienza quotidiana di genitori ingobbiti dall’umiliazione di tanti ultimatum disattesi: “Se non la pianti, niente cartone stasera”. Poi arriva la sera, lui o lei non l’ha piantata — e tu cosa fai? Sai che quei pochi (giuro, pochissimi) minuti di cartoni ti daranno la pace e restituiranno il buon umore alla controparte che resiste.
Smettila prima tu.
“No, sono io il genitore e decido io. Ce l’ho io la bomba atomica.”
— “E allora”, risponde la controparte, “io ti tolgo il petrolio e non la smetto di lamentarmi. Ti trapano l’orecchio e vedrai che, pur di farmi smettere, sarai tu a cedere.”
Ti capisco, sfibrati da questa contrattazione, si è tentati di spararla subito più grossa, con la speranza che giocando immediatamente la minaccia massima si accorcino i tempi.
In antropologia, però, la minaccia che apre una trattativa è efficace solo se inserita in una relazione stabile — dentro quello che Gregory Bateson chiamerebbe un “contesto condiviso”. David Graeber ha insistito su un punto semplice e radicale: l’autorità funziona davvero quando non deve continuamente dimostrarsi. Nei contesti che ha studiato — dalle riflessioni di Fragments of an Anarchist Anthropology alle ricerche sul debito — le forme di coordinamento più stabili sono quelle in cui l’obbedienza non è strappata ma implicita, quasi noiosa. Quando invece bisogna ripetere “decido io” ogni cinque minuti, è spesso il segno che quella decisione non è più riconosciuta.
Dopo quaranta giorni di guerra si torna allora alla pratica faticosa ed estenuante della negoziazione, mettendo il telecomando al centro del tavolo, nella speranza che — attorno a quel tavolo — ci si ricordi di essere tutti figli di figli di figli.
Bibliografia essenziale
Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind. Collected Essays in Anthropology, Psychiatry, Evolution, and Epistemology. Chicago: University of Chicago Press, 1972.
David Graeber, Fragments of an Anarchist Anthropology. Chicago: Prickly Paradigm Press, 2004.
David Graeber, Debt: The First 5000 Years. New York: Melville House, 2011.
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