Gli Usa prigionieri di un'età del ferro e della pietra
L’intenzione dichiarata di distruggere le infrastrutture iraniane rivela una guerra di annientamento oltre il regime; tra retoriche millenariste e impronte neocoloniali, il conflitto segna un errore strategico

C’è qualcosa di osceno e profondamente barbarico nell’intenzione proclamata da Donald Trump di voler far retrocedere l’Iran all’età della pietra («alla quale appartiene» – ha sentenziato). Se ci fosse mai stato qualche dubbio che quella lanciata da Israele e Iran non è affatto una guerra dagli scopi precisi e limitati, ma una guerra di distruzione totale e di annientamento di un Paese, ben al di là del regime, l’affermazione di Trump non avrebbe potuto essere più chiara. Un’amica iraniana di lunga data, non certo sospettabile di simpatie pro-ayatollah, filologa e teologa, mi lancia il suo grido di dolore, al di là della brutalità del regime: «Trump dichiara in modo chiaro che distruggerà tutte le infrastrutture di 90 milioni di persone con i mezzi più letali. E il mondo assiste in silenzio». La guerra millenarista del sionismo messianico e dell’evangelismo integralista contro il regime teocratico sciita non ha in realtà nulla di religioso e molto di suprematista. C’è, infatti, la chiara impronta neocoloniale degli stereotipi, dei pregiudizi, dei luoghi comuni che accomunano tutte le narrative imperialiste, come apprendiamo dalla lucida lezione di Edward Said sull’orientalismo. Al di là di ogni prevedibile celebrazione del trionfo, questo conflitto sarà ricordato nei libri di storia come uno dei più grandi errori strategici compiuti nell’età contemporanea e come la chiusura di un ciclo di incontrastato di dominio dell’occidente.
Il presidente della presunta “età dell’oro” per gli Stati Uniti, un Paese che quest’anno festeggia 250 anni di storia, probabilmente ignora quasi tutto della storia millenaria dell’Iran e dell’antica Persia, un’area del mondo che raggiungeva l’apice della cultura e della civiltà duemila anni prima che l’uomo bianco venuto dall’Europa colonizzasse con la violenza e il genocidio le terre in cui vivevano i nativi americani. In realtà, l’America di Trump è essenzialmente l’età del ferro, cioè della forza e della brutalità. L’intenzione di scatenare una violenza cieca è resa plasticamente nella stessa denominazione delle operazioni militari di israeliani e americani contro l’Iran. Nel primo caso, si evoca la figura del “leone ruggente” (Roaring Lion) un rimando neanche troppo originale alla sovranità monarchica persiana. Nel secondo caso, si minaccia la “furia epica” (Epic Fury). Non sono certo che i generali americani intendessero richiamare il mito delle Furie, le antiche Erinni, dee vendicatrici, destinate però a trasformarsi in Eumenidi, dee del diritto che supera l’arbitrio. D’altra parte, Netanyahu – citando uno storico – ha detto che nel mondo in cui viviamo «non basta essere giusti (…) perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male può sopraffare il bene» e «l’aggressione può prevalere sulla moderazione». Si riferiva all’Iran degli Ayatollah, considerato una minaccia esistenziale per Israele, verso il quale attuare una politica di guerra preventiva, ma le sue parole si applicano perfettamente all’impresa israelo-americana in corso. Questo è il vero mondo al contrario.
Netanyahu, il dante causa di Trump in questo conflitto destabilizzante, che ha fatto delle forze una volta conosciute come “difesa di Israele” a Gaza qualcosa di simile a una banda di lanzichenecchi, si avventura a sua volta in spericolate comparazioni storiche, rivendicando per Israele – nonostante si auto-accrediti come una democrazia – il ruolo di una moderna Super-Sparta quale stato militarizzato, come una polis marziale. E offre lezioni di realismo un tanto al chilo, spiegandoci che «Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan». Dimostrando un implicito apprezzamento per le gesta predatorie di quest’ultimo, feroce condottiero mongolo del XIII secolo, e trasformando Gesù Cristo in una sorta di capellone hippy figlio-dei-fiori. Ma l’Impero mongolo è tramontato da un pezzo, e il Mahatma Gandhi ha sconfitto l’Impero britannico. Il prepotente concepisce sempre il mondo politico come un gioco a somma zero, mentre il mite del Discorso della Montagna non è affatto un ingenuo, ma sa che ci sono altre soluzioni, altri equilibri che danno una somma positiva. La logica del potere come potenza è distributiva, la logica del potere come cura del mondo è integrativa. Ed è questa, in fondo, anche l’essenza della diplomazia, come radicale alternativa alla guerra perpetua.
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