Le parole-choc di Trump: «Questa notte un'intera civiltà morirà»
Il presidente su Truth a proposito dell'ultimatum all'Iran che scatta alle 20 americane, le 2 di notte in Italia

Dopo aver fissato l'ultimatum per questa sera alle 20 ora di New York, le 2 di notte in Italia, il presidente Trump in un post su truth ha usato frasi più che catastrofiste: «Una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà». Ma poi le parole diventano più sibilline: «Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale - in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate - forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, chissà. Lo scopriremo stanotte: sarà uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte giungeranno finalmente al termine", ha aggiunto.
L'ultimatum questa notte
«Martedì, ore 20.00» (orario di New York, le due di questa notte in Italia). È il nuovo ultimatum di Donald Trump all’Iran. Un giorno in più, il precedente era ieri, per arrivare a un accordo che porti alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente assicura che non ce ne saranno altri, «questa è la scadenza definitiva», e ostenta ottimismo: «Da Teheran abbiamo ricevuto una proposta significativa». Ma, avverte, «non è sufficiente». «Vedremo cosa succederà», ha puntualizzato, nel frattempo, «la campagna di bombardamenti continuerà». A colloquio con i giornalisti sul prato della South Lawn della Casa Bianca, poco prima della “Easter Egg Roll”, la tradizionale cerimonia di Pasquetta per i bambini, il presidente ha parlato a ruota libera. «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi», si è lasciato andare. Tuttavia, ha precisato, «il popolo americano vorrebbe vederci tornare a casa e io voglio renderlo felice».
Significa che la fine della guerra in Medio Oriente è vicina? Troppe volte, The Donald ha ventilato svolte imminenti che non sono arrivate. Le sue parole confermano, però, che gli Stati Uniti sono alla ricerca di una exit strategy. Diverse fonti rilanciano l’idea di un intenso attivismo diplomatico. Secondo il sito americano Axios, l’Amministrazione trumpiana avrebbe messo a punto un piano per arrivare a una tregua di 45 giorni: una base da cui partire per arrivare alla fine definitiva delle ostilità. Questa sarebbe la soluzione per evitare una drammatica escalation con attacchi massicci sulle infrastrutture civili iraniane ma appare improbabile che si arrivi a una svolta nelle prossime 48 ore. Secondo Reuters, invece, le parti si stanno confrontando sul cosiddetto “accordo di Islamabad”, una proposta messa a punto dal Pakistan e inviata a Washington e Teheran nella notte tra domenica e lunedì.
La soluzione offerta non è molto diversa da quella a cui avrebbe lavorato “il cerchio magico” di Trump: cessate il fuoco immediato, riapertura di Hormuz in 15-20 giorni, colloqui in presenza nella capitale pachistana per finalizzare un’intesa più ampia. L’Iran avrebbe risposto al Pakistan con un chiaro “no”. «Non riapriremo Hormuz in cambio di una tregua ma solo di una soluzione definitiva». Gli ayatollah, da parte loro, avrebbero rilanciato la loro contro-proposta in 10 punti, messa a fuoco già giorni fa, che comprende la fine dei conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso Hormuz, i risarcimenti e la revoca delle sanzioni. Teheran ha fatto sapere inoltre che la ricerca di una via d’uscita alla crisi è «incompatibile con gli ultimatum». Cosa succederà, dunque, quando domani notte scadrà l’ultimo avviso? La sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Iran voluta da Trump per incoraggiare i negoziati già vacilla. Ieri, Israele ha colpito due bracci del complesso petrolchimico di Asaluyeh, quelli di Jam e Damavand, legati al grande giacimento di South Pars finito nel mirino dell’aviazione di Tel Aviv lo scorso 18 marzo. Allora, lo ricordiamo, la Casa Bianca si infuriò. Colpito, ieri, anche lo stabilimento di Marvdasht, vicino a Shiraz, nel centro-sud dell’Iran, dove è scoppiato un incendio che è stato poi domato.
Un raid di Israele su Teheran ha ucciso Asghar Bagheri, comandante delle operazioni speciali delle forze Quds, e il capo dell’intelligence dei pasdaran, il generale Majid Khademi, per il quale è stata subito invocata vendetta. È dalla marina delle Guardie della Rivoluzione che è arrivato un comunicato ermetico relativo al traffico su Hormuz: «Non tornerà mai più come prima». La nota ha evocato preparativi in corso per definire un nuovo ordine regionale ma non ha fornito dettagli. Intanto, attraverso lo Stretto ancora bloccato sono continuate a “filtrare” alcune navi. Tra queste c’è la turca Ocean Thunder, la terza per la quale il governo di Ankara è riuscito negoziare il via libera.
Mentre la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei diffondeva il primo messaggio dopo giorni di silenzio («Gli assassinii e i crimini non scalfiranno la causa jihadista delle forze armate iraniane»), Trump teneva una conferenza stampa alla Casa Bianca per fornire i dettagli del salvataggio del secondo pilota dell’F-15E, abbattuto dal regime nelle province centrale, rimasto dispero per due giorni. L’operazione, «senza paragoni nella storia», è stata portata avanti con l’intervento di 155 aerei, fra i quali quattro bombardieri e 13 aerei da combattimento. L’uomo, ha raccontato il tycoon, «è rimasto ferito piuttosto gravemente, nascosto in un’area piena di terroristi». «Non abbandoniamo nessun americano», ha insistito, aggiungendo: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e potrebbe accadere già domani sera».
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