Altro che blocco di Hormuz, l'Asia fa accordi con l'Iran per far passare il petrolio
di Luca Miele
Dall'India alle Filippine, dal Pakistan per finire (soprattutto) alla Cina: così Teheran pratica la chiusura selettiva dello Stretto

Altro che chiusura. Nonostante gli strali e le minacce apocalittiche del presidente Usa Donald Trump, lo Stretto di Hormuz è tutt’altro che “blindato”. Che l’Iran praticasse un blocco "selettivo" era apparso chiaro dall’inizio del conflitto. Oggi l’apertura – anche se rallentata, a singhiozzo, episodica – è uno strumento duttile nelle mani di Teheran che “gioca” tra due diversi registri: esternalizzare i costi del conflitto, continuare a fare cassa e a intessere relazioni politiche. Ed è l’Asia – il continente che più dipende dal petrolio del Golfo – a usufruire di questa politica “aperturista”.
Un caso su tutti: l’India. Dopo sette anni di “pausa”, New Delhi è tornata a fare la spesa energetica in Iran. Una scelta quasi obbligata per il gigante asiatico. Un gigante energivoro: l’India è il terzo importatore di petrolio e secondo consumatore di GPL al mondo. Il 50% del suo petrolio greggio e la maggior parte del suo GPL transitano proprio attraverso la strategica via d'acqua controllata da Teheran.
"L'India ha scelto di negoziare bilateralmente con l'Iran per un passaggio sicuro invece di aderire alla coalizione navale proposta da Washington: un deliberato atto di presa di distanza", ha spiegato alla Cnbc Reema Bhattacharya, responsabile della ricerca sull'Asia presso Verisk Maplecroft. Ciò riflette il pragmatismo energetico dell'India e “la sua riluttanza a essere pubblicamente coinvolta in un conflitto che non ha scelto”. Non solo: l’India è tornata ad acquistare anche il petrolio russo, evidenziando lo scollamento tra gli obiettivi militari Usa e le strategia geopolitiche globali.
La lista dei Paesi asiatici che stanno facendo accordi con Teheran per garantirsi i rifornimenti energetici è lunga. L’ultimo a “infilarsi” sono state le Filippine, Paese che importa il 98% del suo petrolio dal Medio Oriente e prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza energetica nazionale. Come riporta la Bbc, i funzionari iraniani hanno garantito il "passaggio sicuro, senza ostacoli e rapido" delle navi battenti bandiera filippina attraverso il canale. A sua volta, il Pakistan ha fatto sapere che l'Iran ha acconsentito al passaggio di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Idem la Malaysia: circa due terzi delle importazioni di petrolio del Paese provengono dal Golfo Persico.
Un discorso a parte merita la Cina. Pechino è il principale partner commerciale dell'Iran e il principale acquirente di petrolio iraniano. Gli acquisti cinesi rappresentano circa il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano, “generando decine di miliardi di dollari di entrate annuali che sostengono il bilancio statale e le attività militari del Paese”. Le importazioni cinesi di greggio iraniano ammontavano a 1,4 milioni di barili al giorno (mbd) nel 2025, su un totale di 10,4 mbd di importazioni di greggio via mare.
Insomma l'Iran ha a lungo rappresentato "una fonte vitale di energia a prezzi scontati per la Cina". Ciò è stato particolarmente vero dal 2021, anno in cui è stato firmato l'accordo di cooperazione venticinquennale, che ha garantito alla Cina 400 miliardi di dollari di petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato, in cambio di investimenti nelle infrastrutture e nella cooperazione in materia di sicurezza dell'Iran.
Per Pechino e Teheran, dunque, mantenere aperte le vie di collegamento marittime è una priorità. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiarito che i "Paesi amici" - tra cui Cina, India e Russia - possono transitare attraverso un corridoio sicuro designato. Come scrive Radio New Zealand, “questo conflitto non riguarda più solo lo scontro militare. Sta iniziando a dividere il mondo in base ai comportamenti e, sempre più spesso, in base agli allineamenti economici. C'è una separazione visibile tra coloro che esercitano pressione e coloro che continuano a operare ai margini di essa”. Pechino ha tutte le carte per far valere tutto il suo enorme peso, politico ed economico. Secondo alcune stime, oltre il 60% delle esportazioni di petrolio greggio via mare dell'Iran finisce proprio in Cina.
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