Petrolio in altalena sull’onda delle tensioni: corsa alle scorte

Il greggio resta intorno ai 110 dollari al barile tra escalation militare, rotte a rischio e segnali contrastanti dai negoziati, con il mercato dominato dalla volatilità: non bastano le mosse dell’Opec+
April 7, 2026
Petrolio in altalena sull’onda delle tensioni: corsa alle scorte
/ ANSA
La traiettoria del petrolio sui mercati globali assomiglia sempre più a un elettrocardiogramma impazzito: sale con violenza, poi arretra, quindi riparte, con una volatilità che segue ogni sussulto del conflitto militare nel Golfo. Anche ieri nel giro di poche ore il greggio ha superato i 115 dollari al barile per poi ripiegare sotto quota 110 nelle contrattazioni asiatiche, in un movimento che restituisce l’immagine più fedele della crisi: instabilità pura, nervosa, difficilmente governabile. L’ultima rilevazione vedeva il Brent oscillare attorno ai 109 dollari e il WTI poco sopra i 112, in un contesto di scambi ridotti e poco indicativi. Giovedì scorso il mercato ha registrato il più forte balzo in valore assoluto dal 2020, con un +11% per il greggio americano e un +8% per il benchmark europeo. È il segno di un sistema che reagisce a scatti, amplificando ogni notizia, ogni dichiarazione, ogni segnale dal fronte.
Alla base resta l’escalation tra Iran, Israele e Stati Uniti. Il confronto militare continua a produrre effetti immediati sui prezzi, amplificati da una comunicazione politica sempre più aggressiva. Donald Trump ha minacciato nuove azioni devastanti in assenza di un accordo, contribuendo a mantenere alta la tensione sui mercati e a spingere gli operatori verso posizioni difensive. Eppure, accanto alla retorica dello scontro, emergono segnali contraddittori. Sull’onda di un possibile cessate il fuoco tra Washington e Teheran, mentre alcune navi hanno ripreso a transitare, seppur selettivamente, nello Stretto di Hormuz, si sono registrati movimenti speculari: ogni apertura genera vendite e cali di prezzo, ogni minaccia riaccende gli acquisti e nuove impennate. Il risultato è un mercato del petrolio incapace di trovare un punto di equilibrio.
Il nodo resta strutturale: lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è ancora in gran parte bloccato. Le interruzioni delle rotte hanno costretto raffinerie europee e asiatiche a cercare forniture alternative, spingendo al rialzo i premi sui carichi fisici, soprattutto negli Stati Uniti e nel Mare del Nord. La chiusura di Hormuz, anche parziale, altera gli equilibri globali, mentre gli analisti già si chiedono se siano davvero possibili razionamenti al carburante per gli aerei, con effetti a cascata anche sul comparto del turismo.
La competizione per assicurarsi il greggio disponibile si intensifica, mentre l’offerta si contrae e i tempi di consegna si allungano, con effetti a catena lungo tutta la filiera energetica. In questo contesto, la decisione diffusa domenica dall’Opec+ di aumentare la produzione di 206mila barili al giorno appare già insufficiente. Non solo per l’entità limitata dell’intervento, ma perché diversi membri del cartello non sono materialmente in grado di incrementare la produzione a causa dei danni subiti o delle difficoltà logistiche. Una scelta che rischia di restare sulla carta mentre il mercato continua a perdere barili reali e a incorporare premi di rischio crescenti, alimentando ulteriormente la volatilità.
Intanto, grandi consumatori come l’India rinviano manutenzioni per sostenere la domanda interna, mentre la Cina continua a rafforzare le proprie scorte. Anche le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di 5,5 milioni di barili a 461,6 milioni la scorsa settimana, ben al di sopra delle previsioni di mercato. È un gioco a somma zero: ciò che un Paese trattiene, manca altrove, e contribuisce a rendere più teso l’equilibrio globale. L’allarme non riguarda solo l’energia. Jamie Dimon, ad di JP Morgan, parla apertamente di uno choc sulle materie prime destinato a riflettersi su inflazione e tassi di interesse. Il petrolio, in questa fase, torna a essere un moltiplicatore macroeconomico: ogni dollaro in più si trasferisce lungo la catena dei prezzi, comprimendo margini, frenando la crescita e mettendo sotto pressione le politiche monetarie.
Sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti, l’Agenzia Internazionale dell'Energia insiste sulla necessità di evitare reazioni disordinate. Il direttore Fatih Birol mette in guardia contro restrizioni all’export e accumuli eccessivi di scorte, che finirebbero per accentuare la scarsità e alimentare ulteriormente la volatilità. L’Agenzia ha già messo in campo a marzo il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche ed è «pronta a procedere con nuove misure se e quando necessario»: l'80% delle scorte strategiche dei Paesi membri resta disponibile. Ma l’efficacia di questa misura rischia di essere attenuata proprio dai comportamenti difensivi dei singoli Paesi. Molto dipenderà dall’evoluzione delle rotte alternative e dalla capacità dei produttori di aggirare i colli di bottiglia. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha già deviato gran parte delle esportazioni verso il Mar Rosso, sfruttando la rete di oleodotti interni. Una soluzione efficace, ma esposta a nuovi rischi.
Il petrolio torna così a essere un indicatore nervoso, sensibile a ogni scarto della crisi. Non segue più una traiettoria lineare, ma si muove per strappi, riflettendo un mondo in cui le certezze energetiche si stanno rapidamente dissolvendo. E in cui ogni tregua, anche solo ipotizzata, vale quanto una nuova minaccia, alimentando un’altalena dei prezzi destinata a prolungarsi e a incidere ben oltre il mercato dell’energia.

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