Il grande inganno che paralizza la politica italiana

Il mito della governabilità ci ha spinti verso una strada fatta di bipolarismo e scontro permanente. La soluzione non passa dal rafforzare l'esecutivo, ma è nel Parlamento, nei partiti, nella capacità di mediare, nella sussidiarietà
April 7, 2026
Da tempo la politica italiana insegue il mito della governabilità intesa come rafforzamento del potere dell’esecutivo e marginalizzazione delle opposizioni. In questa logica può essere guardato anche il recente referendum sulla giustizia. Era già successo con il referendum costituzionale per il superamento del bicameralismo, promosso da Matteo Renzi, e una sorte simile era toccata anche ad altri referendum, come quello sull’abrogazione del Jobs Act. Allo stesso modo, sono falliti tentativi di riforme costituzionali condivise, come la Bicamerale guidata dal governo Massimo D'Alema. L’incapacità di realizzare qualsiasi riforma appare una delle eredità di Tangentopoli, che non ha solo determinato la crisi dei partiti tradizionali, ma anche la trasformazione del confronto politico in una “contrapposizione morale tra buoni e cattivi”. Una logica che ha progressivamente sostituito il compromesso politico con uno scontro permanente. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che la crisi della politica nazionale dipenda solo da una debolezza interna. Il contesto globalizzato degli ultimi venti anni ha infatti spostato le leve del potere dalla rappresentanza democraticamente eletta all’egemonia del tecno-capitalismo. In ogni caso, si è cercato di limitare la debolezza della politica italiana imitando il modello anglosassone, accettando una crescente polarizzazione della politica, come se fosse inevitabile. Quel sistema sta mostrando segni evidenti di crisi. Quando un leader conquista il potere, fa fatica a interpretare il suo ruolo istituzionale e, rimanendo di parte, alimenta il conflitto con l’opposizione invece di cercare di risolverlo. Tutto questo appare un segno di involuzione della democrazia liberale. Il punto è che si continua a non comprendere che la governabilità non coincide con la forza del governo. Essa è, prima di tutto, capacità del sistema politico di funzionare nel suo complesso: valorizzazione del Parlamento, ruolo attivo delle opposizioni, partecipazione diffusa. Senza questi elementi, ogni riforma rischia di essere fragile e reversibile.
Lo si vede chiaramente sulle grandi questioni irrisolte del nostro Paese: il modello di sviluppo economico, il sistema dell’istruzione, il lavoro, il welfare, la sanità, il rapporto tra centro e periferia. Temi che richiederebbero visioni di lungo periodo e soluzioni condivise, ma che invece vengono affrontati in modo episodico e divisivo. Così la politica assomiglia sempre più alla tela di Penelope: ciò che si costruisce oggi viene smontato domani, senza mai consolidarsi davvero. Si è perso, in sostanza, il senso della politica come arte del compromesso. Un’arte che, pur in un contesto ideologicamente più polarizzato come quello della Prima Repubblica, aveva consentito la costruzione di disegni condivisi e di ampio respiro. Oggi, al contrario, si è arrivati a demonizzare persino l’idea che i partiti possano legittimamente rappresentare interessi diversi e mediare tra essi, come se ogni forma di conciliazione fosse automaticamente sinonimo di compromesso al ribasso o, peggio, di “inciucio”. Nel frattempo, l’attenzione si è spesso spostata su temi etici o identitari, importanti ma minoritari rispetto alle priorità quotidiane dei cittadini. E si è progressivamente indebolito il legame tra elettori ed eletti, attraverso sistemi che favoriscano la selezione dall’alto dei candidati, senza un reale coinvolgimento della base. Per questo motivo, la vera ripresa della politica non può passare da un ulteriore rafforzamento dell’esecutivo. Deve andare nella direzione opposta: rilanciare il Parlamento, restituire il loro ruolo ai partiti, valorizzare i corpi intermedi. In altre parole, ricostruire una logica di sussidiarietà, in cui soggetti diversi – pur partendo da posizioni differenti – collaborano per offrire soluzioni concrete. È proprio questa capacità di dialogo, di mediazione e di cooperazione che può rappresentare la strada più innovativa e, paradossalmente, più “rivoluzionaria” per il futuro. Non la semplificazione autoritaria, ma la complessità governata. Non lo scontro permanente, ma il confronto produttivo. Solo così sarà possibile uscire dalla spirale della delegittimazione reciproca e costruire politiche stabili, condivise e davvero utili al Paese.
Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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