Pasturo, Antonia Pozzi
A Pasturo, sulle tracce di Antonia Pozzi, la poesia non si concede subito. Arriva a piedi, con lentezza, tra parole trattenute, umanità viva e un piatto di castagne offerto con gioia.

Diretto a Chiavenna per incontrare alcuni cari amici decido di fare tappa in Valsassina, a Pasturo, paese del cuore della poetessa Antonia Pozzi. Lo immagino poetico, silenzioso, sacro. Ho in cuore le parole di Antonia per quel frammento di mondo, alcune fotografie scattate da lei, nutrito dal suo amore per quel luogo, fingo di dimenticarmi che il suo sguardo era sintonizzato sul suo tempo, anni Trenta del secolo scorso. Fingo di dimenticare che il tempo scorre e che cambia le cose. Fingo di credere che basti aver letto qualche poesia per toccare l’anima di un paese. Fingo di non sapere che io non ho lo stesso sguardo di Antonia, purtroppo. Così finisce che entro precipitosamente tra le vie del borgo, in auto, seguendo la direzione verso il centro, fino a ritrovarmi incastrato in vie strettissime, come se il paese stesso si fosse improvvisamente contratto per cacciarmi, per rifiutarmi, mi sento spinto fuori, non c’è parcheggio, devo ritentare l’approccio.
Inversione di marcia, lascio l’auto nello spiazzo immenso nei pressi di una ciclabile, a valle, a distanza di sicurezza, ora devo risalire, con lentezza, e a piedi. Prima lezione. Dolorosa e preziosissima. Nulla di ciò che val la pena conoscere davvero è facile, immediato. Non le città, non le persone, non i poeti, non le anime. Banalità, certo, lo sappiamo, però viverlo è diverso. Pasturo con la sua scelta di impedirmi di entrare, almeno nel mio primo tentativo, mi ha ricordato in modo molto fisico che il cuore misterioso delle cose va avvicinato con umiltà e lentezza. Che occorre chiedere permesso, e aspettare la risposta. Che è urgente spogliarsi di tanti preconcetti. Poi, comunque, in paese ci arrivo.

Lì tutto parla di Antonia, i meravigliosi pannelli che invitano a un itinerario, la sua splendida casa che, purtroppo, non posso visitare perché è chiusa, ma è colpa mia, non mi sono prenotato. Tutto parla di lei, anche le persone, eppure non mi basta. Quello che accade è che io Antonia non la sento presente, non come vorrei, non come immaginavo. Insisto, leggo, mi muovo, cerco di immaginare: niente. Vedo il suo volto dalla vetrina di una biblioteca/libreria, mi aggrappo alle sue parole che mi parlano dai muri ma devo anche fare i conti con una donna che sta imbottigliando vino da una damigiana e che, scoperto che sto cercando tracce della Pozzi, mi risponde con un ghigno sprezzante. Devo fare i conti con il silenzio che non c’è, neppure salendo, tra i prati, anche lì arrivano rombi di moto e motoseghe, incessantemente. Per fortuna in una splendida trattoria, una di quelle di una volta, trovo un pranzo spettacolare e l’affetto dei vecchi gestori con cui parlo di calcio, di cibo e dell’Antonia.
E loro me ne danno un’altra sfumatura ancora, la loro. Parlano di quella ragazza con dolcezza, per loro è una vittima. Ne parlano come fosse una parente e poi tacciono, facendomi capire che certe cose sono da lasciare nel passato. Sono persone davvero splendide e care, già dal pranzo si capiva, gioiosi di farti assaggiare ciò che avevano preparato per pranzo e, visto che non avevo ordinato le loro famose castagne, me ne regalano una porzione, felicissimi dei miei sinceri complimenti. Ecco, io lì non so se ho incontrato tracce della Pozzi, però lì ho sentito umanità, calda, vera, viva. E questo, sono sicuro rende le città, i paesi, “alti”, verticali, spirituali. E a volte basta un piatto di castagne in umido, se offerte con il desiderio di condividere la bontà, la semplice bellezza della vita. Ma la Pozzi mi aspettava anche altrove. Lunedì prossimo ve lo racconto.
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