Il canto della primavera mi avvolge

«Non credo vada tutto metabolizzato». Ci sono dolori che non si chiudono: si affidano. Non tutto deve guarire del tutto. Alcune ferite restano aperte perché da lì continua a passare l’amore. Non metabolizzare, ma trasfigurare.
April 27, 2026
Il canto della primavera mi avvolge
Il canto della primavera mi avvolge, un cinguettio dolce e deciso mi accompagna, il profumo dell’erba appena tagliata quasi mi stordisce e un sole caldo mi accarezza, così caldo che sembra uscito fuori direttamente dal Cantico di San Francesco. Cammino nel silenzio con Dulcinea, il mio cane, ho appena rimesso in tasca il rosario ma l’impressione è che la preghiera non si spenga nella mia tasca, lei continua e io cerco di assecondarla senza smettere lo stupore. Proprio in quel momento mi raggiunge un messaggio vocale.
Terribile. Lo ascolto e c’è sofferenza, tanta sofferenza in parole che sembrano chiedermi l’aggiunta di un nuovo, ennesimo, mistero doloroso. Un dolore tremendo di tanti anni fa, la morte di una piccola figlia e, nelle parole del messaggio, quasi un senso di colpa da parte della madre: “perché non metabolizzo?”. Mi colpisce la parola, medica, anatomica, terapeutica, trasformativa, definitiva: metabolizzare. È ripetuta più volte dalla mia amica.
Perché non metabolizzo? Io capisco il suo dolore, comprendo il suo desiderio, giustamente vorremmo accedere a una fede che impedisca a certi drammi di continuare a essere così aggressivi però. Però quello che mi viene da scriverle è altro. Una frase che non so se sia “giusta” (esistono frasi giuste o frasi sbagliate nel cuore di un dolore?), quello che le scrivo è: “Non credo vada tutto metabolizzato”. Se penso anche ai miei lutti, alla mancanza che sento ancora, a distanza di tanti anni, di certi amici, di mio padre, dei miei nonni, io sento che non li voglio metabolizzare.
Non voglio che la ferita si cicatrizzi del tutto. Desidero che alcuni tagli rimangano aperti, ne voglio accettare il dolore, non voglio guarire del tutto. Desidero che rimangano lì, nel mio corpo, a ricordarmi che non sono chiamato a rimanere vivo per sempre, pretendo che continuino a chiamarmi dall’Eterno, che mi parlino da un dolore che non passerà fino a quando potrò stare in loro compagnia nel cuore del Padre. Non voglio metabolizzare il dolore, voglio che rimanga, lo voglio accogliere, perché è proprio quel dolore la conferma che in vita mia, almeno qualche volta, ho saputo amare.
C’è altro che conta oltre a questo, altro deve rimanere di me dopo il mio passaggio su questa terra? Non sto dicendo che non credo nella comunione dei santi, non sto dicendo che i miei affetti più cari io non li senta già qui, ora, accanto a me, in me e in Lui, sento anche però che io sono ancora in esodo, sono nel deserto incamminato verso la Promessa, sento che senza di loro, senza la loro mancanza, senza la promessa di una pienezza, la mia fede sarebbe diversa, forse morta.
Senza desiderio di Resurrezione che senso avrebbe credere? Così non voglio metabolizzare il dolore, chiedo invece al Signore che mi aiuti a vederlo trasfigurato. Trasfigurare significa lasciare che la carne possa manifestarsi per quello che davvero è, che sappia sprigionare luce eterna. Così le ferite. Tagli nella carne a immergermi nella Luce dell’Eterno che tutto e tutti chiama a sé. Che il dolore non venga metabolizzato ma trasfigurato. Il canto della primavera mi avvolge.

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