Memoria
Un piatto assaggiato per caso riaccende l’infanzia, la memoria della nonna e il desiderio di una felicità piena. Da lì nasce una riflessione su nostalgia, gratitudine e su quei gesti semplici che, senza rumore, sanno toccare l’eterno.

Quando assaggio il riso che ho nel piatto i miei occhi si riempiono immediatamente di lacrime. Non credevo fosse possibile, di sicuro non a me, non sono un particolare esperto di arte gastronomica e non ero alla ricerca di qualcosa di particolare. Mi sono solo fermato a pranzare in un’osteria trovata aperta. Certo, avevo letto della Madeleine di Proust ma, ancora una volta, l’esperienza ha superato di gran lunga l’astratta teoria.
Mi scuso con le sorelle della comunità benedettina di Sant’Anna, forse sto invadendo “A fuoco lento”, la loro interessantissima rubrica, solo che l’emozione di mangiare quel piatto è stata per me un’esperienza davvero toccante. Nei giorni successivi, raccontando l’evento ad amici, ancora sentivo invadermi una dolcissima nostalgia. Il fatto è presto detto, ero alla ricerca di un monastero e, fermandomi per il pranzo, ordino un piatto di cui non conosco nulla: savarin, un piatto di riso e di carne. Mai mangiato prima. Quello che accade è che, da subito, la somma dei sapori mi riporta fisicamente a quando ero un bambino, in quel piatto dai toni netti e decisi non c’era solo la mia infanzia ma c’era, non so come dirlo, il profumo, la presenza, la compagnia di mia nonna Flora morta ormai da tantissimi anni.
Non voglio addentrarmi in rischiosi e non pertinenti paragoni eucaristici, non ho nemmeno la competenza per indagare i giochi emotivi della memoria, solo, a livello spirituale, ho sentito il corpo che, a partire da un gesto semplice e ordinario, gridava un bisogno di pienezza e di felicità. Una felicità sperimentata nel passato: sono stato fortunato, ho avuto un’infanzia bellissima ma, nello stesso tempo, qualcosa che stava aprendo al desiderio di una pienezza futura, finalmente perfetta.
Non so nemmeno se i termini passato e futuro siano esatti, quello che so è che le lacrime non erano certo legate alla perfezione di un piatto ma al desiderio di ritrovare legami che il corpo non aveva dimenticato. Vi confido che ho cercato, nei giorni successivi, di ridimensionare il messaggio di quel pranzo, non ci sono riuscito. Ci sono tornato spesso, ho pensato a tante cose, a tanti volti, ho ringraziato per essere stato amato e anche per questa nostalgia o malinconia che mi accompagna da sempre, è vero, a volte rende tutto doloroso, ma credo permetta di vivere in profondità. E di sentire il bisogno di scrivere. Ho anche pregato il mio corpo, l’ho scongiurato, che nei volti delle persone che mi mancano, nei profumi e nei gusti che scavano in me nostalgie io possa sempre sentire la presenza del Risorto, incontro che ha cambiato la mia vita, che la accompagna e che, sono sicuro, attende nell’Eternità ognuno di noi. Poi però ho anche pensato a qualcosa di molto più ordinario.
Ho panato al cuoco di quell’osteria. Lui nemmeno lo sa del regalo che mi ha fatto. Ci avrà messo cura quel giorno? Sarò stato per lui solo l’ennesima ordinazione da smaltire in fretta? Chissà. Quello che so è che ho sperato, ripensando al mio passato, di aver anche io, almeno qualche volta, regalato il gusto dell’Eterno a qualcuno. Senza accorgermene, nel silenzio. Facendo solo il mio dovere, senza clamore. Ho pensato che una Città diventa alta quando è abitata da persone che sanno cucinare parole e gesti che sono come savarin di riso, in grado di risvegliare nostalgie di felicità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






