Quelle persone che si ignorano e che stanno salvando il mondo
Un’esperienza liturgica intensa e sospesa nel tempo diventa per l’autore l’incontro con una bellezza vera, umile e salvifica, fatta di gesti, volti e preghiera condivisa. Uscendone, resta la nostalgia per quelle persone semplici e nascoste che, senza saperlo, con la loro fedeltà e purezza “stanno salvando il mondo”.

Scendo le scale con grande timore e, dopo aver sentito la porta chiudersi alle mie spalle, cerco immediatamente la fonte del canto liturgico che chiede alle mie ginocchia di piegarsi e ai miei occhi di tramutarsi in fonte. Sono pochissime voci, e vengono dal paradiso. Guardo stupefatto il piccolo coro, pregano, anche per me. Anche prima che io arrivassi, pregheranno anche dopo, anche quando me ne sarò andato. Mi siedo. Una donna magra, alta e bellissima rapisce la mia curiosità, segni di croce e baci alle icone, è un corpo che danza, è parte di una Creazione che obbedisce allo Spirito, sono arti dolci e dolenti, rami di betulla nel bosco della vita. Una vecchia parla con un religioso vestito di luce, la barba bianca conferisce al dialogo, da lontano, un tono definitivo.
C’è nell’aria l’ordinaria tensione di un rito che sta per cominciare, si sistemano le ultime cose ma, intanto, continua il pellegrinaggio di donne e uomini in cerca di Dio. Non trovo espressione migliore. Un padre con due bambini, il segno di croce, la serietà, sento che quel bimbo non dimenticherà mai questi momenti. Accanto a me un’amica, scrive poesie, è già scivolata in quel mondo sacro, viene da lì, per la prima volta sento che lei è a casa sua. Una donna bassa, non è bella, ha una deformazione agli occhi, arriva trafelata, si aggiunge al piccolo coro, canta, non è bella, è bellissima. Sembra uscita dalle pagine di un romanzo russo. Come la coppia di ventenni che vedo scendere dalle scale. Il tempo si è fermato, oppure non esiste, non trovo altra spiegazione, lei ha un cappotto lungo fino ai piedi, un foulard rosa, lui giacca di panno d’altri tempi e baffi. L’uomo piantato a terra, radicato, il volto verso il crocifisso, immobile eppure proteso, chiede sicurezza dall’alto ma, intanto, la condivide, la dona all’amata.
Che si appoggia, prima timidamente, una mano sulla sua schiena, appoggia le dita come stesse tentando un accordo su un pianoforte invisibile, ritrae la mano, lui immobile, poi torna, lei, palmo aperto, fisso, si aggrappa, rimane. Poi lo abbraccia. Una coppia d’altri tempi, una donna fuori dal tempo e, quindi, contemporanea all’eterno, celebrano l’amore. La promessa. La fedeltà. E sento che lo stanno facendo per tutti, per me, per chi in quella piccola cripta non c’è, per chi nemmeno sa che i nostri corpi sono stati creati per dare lode all’Altissimo. Le luci elettriche si spengono, rimangono le candele che giocano con l’oro delle icone, i canti sono un tappeto paradisiaco, siamo in pochissimi, la chiesa è minima, eppure il mondo intero sembra concentrato lì.
Il profumo dell’incenso ci avvolge e, con noi, incarta il tempo, lo riduce a un punto, non c’è passato non c’è presente non c’è futuro, c’è solo la Sua presenza e noi in lui. Il turibolo è accompagnato dal suono di un campanello, è una liturgia in cui non importa comprendere ma essere compresi, non è una bellezza impeccabile, è vera. Come è vero l’amore di due vecchie che non hanno altro modo che baciare icone e baciarle ancora e tornare a baciarle. Servono forse parole a cuori così spudoratamente puri? La mattina, alla radio, avevo appena ascoltato una poesia:
I giusti di Jorge Luis Borges
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Mi ritorna in mente mentre riemergo da quello spazio, da quel tempo, da quel frammento d’eterno. E già sento la nostalgia per la compagnia di quelle persone che si ignorano e che stanno salvando il mondo. Nostalgia per quella liturgia salvifica. Sento però che sono tantissime queste persone e sento che, anche se è appena scoppiata l’ennesima terribile guerra, loro ci sono e questo mi tranquillizza, stanno davvero salvando il mondo. O ci ricordano che siamo salvati. Anche nelle chiese delle nostre città, negli appartamenti delle periferie, nel nascondimento di certe solitudini, non solo in quel pezzo di Russia seminato tra le nostre strade, ci sono persone così, e quanto vorrei poter essere come loro!
© RIPRODUZIONE RISERVATA






