L’ospedale, soglia del mistero
Un ospedale diventa specchio della vita intera: dolore, attesa, amore e speranza si intrecciano in un luogo dove ogni volto sembra rimandare al mistero della fragilità e dell’eterno.

È una città dentro la città. Si nasce, si soffre, si cerca la cura, si spera, si muore. Ho appena lasciato l’auto nel parcheggio dell’ospedale, mi avvicino, è una struttura nuova, sembra un centro commerciale, eppure anche qui, sono sicuro, la realtà si aprirà come un libro. Sacro. Un esercizio spirituale. Infatti non devo attendere molto, davanti a me due persone, forse fratello e sorella, sono abbracciati, si sostengono, camminano lentamente, stanno evidentemente tentando di dilatare il tempo, hanno incagliata nelle pupille l’ombra dell’assenza, all’improvviso mi pare che attorno a loro scompaia qualsiasi segno di modernità, rimangono due esistenze segnate dalla morte, si stanno dirigendo verso l’obitorio, mi paiono le donne incamminate verso il sepolcro.
Non so chi siano, prego per loro, che possano scorgere i segni di un sepolcro vuoto. Varco la soglia dell’ingresso, un lungo corridoio troppo colorato mi chiama verso sinistra, davanti a me una giovane donna si incammina in direzione opposta verso le scale mobili, una sorta di Assunzione, è incinta, ed è leggera, è una benedizione. La ringrazio. Prima di arrivare alla sala d’attesa mi imbatto in due donne, mi camminano incontro ma non mi vedono, non possono scorgermi, non vedono nessuno, sono completamente assorbite da un foglio, evidentemente un referto medico, non hanno saputo resistere, molto del loro futuro dipende dalla sequenza di alcune lettere nere su campo bianco. Sarebbe bello saper contemplare la Sacra Scrittura con la stessa urgenza di quelle due donne, sentire che nel Verbo fatto carne si decide tutto di noi.
Che dipendiamo dal Suo amore. Le due mi scorrono accanto, di lì a poco ritroveranno il sole di una splendida giornata primaverile, mi trovo a sperare per loro, con loro, so bene il potere contenuto in quel referto, terribile, capace addirittura di spegnerlo il sole. Mi siedo, sala d’aspetto, mi concentro su una signora anziana, senza l’immancabile cellulare, ha gli occhi vuoti, lontani. Chissà chi la sta attendendo oltre la porta a vetri, immagino il marito, mi sembra abbia paura, forse l’uomo sta per morire, forse lei ha paura che tutta la sua vita, quella che le rimane, venga trasformata in una lunga sala d’aspetto.
Un’infermiera intanto apre la porta, come scolari all’uscita della scuola tutti si accalcano per entrare il prima possibile, davanti a me una donna, vecchia, eppure velocissima, sembra volare, infila una delle prime stanza sulla sinistra, la porta è aperta, il vecchio marito ha gli occhi liquidi e buoni, lei si avvicina e io posso contemplare quel bacio pudico e casto ma anche caldo e appassionato, vivo, rivedo l’immagine di Gioacchino e Anna nella capella degli Scrovegni, mi commuovo, mi sembra una preghiera. Prima di arrivare a destinazione, prima di tentare le parole giuste per entrare in dialogo con l’amico ricoverato, scorrono accanto a me tante storie di uomini e donne ricoverati, hanno tutti una flebo, o la maschera dell’ossigeno, sarà che siamo in una città di mare ma mi sembrano come barche ormeggiate ai letti.
Auguro loro di rimettersi in sesto, di poter tornare a navigare, ma in cuor mio sento che la preghiera deve essere anche un’altra, lo dico per loro, lo dico per me, per quando sarà, lo dico masticando una frase di Karl Rahner letta da poco, “Niente ha quaggiù una stabile dimora (…)a poco a poco intuiamo che anche la storia dell’umanità segue una traiettoria orientata verso una meta”, arriverà il momento di salpare, arriverà per tutti, saranno slacciati gli aghi dalle braccia, verremo liberati dalla mascherina dell’ossigeno, torneremo alla vita di prima oppure salperemo, tra le braccia dell’Eterno, nel suo Respiro, Eterno. Finalmente.
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