Pasturo, Antonia Pozzi (Seconda parte)

A Pasturo Antonia Pozzi sembra sfuggire. Ma nei suoi versi, letti al cimitero, finalmente appare: un’esile scia di silenzio in mezzo alle voci del mondo
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June 1, 2026
Pasturo, Antonia Pozzi (Seconda parte)
Sono a Pasturo, sulle tracce della poetessa Antonia Pozzi, non senza qualche difficoltà, lei c’è ma io non riesco a sentirla vicina. Tutto parla di lei, curatissimo e prezioso l’itinerario che ti accoglie ma io non riesco ancora a farmi intercettare del tutto. faccio fatica soprattutto quando a parlare sono i paesani, non che io chieda, non faccio domande, sono proprio loro a volermi parlare. Solo che non mi parlano di Antonia, parlano della famiglia, del padre, persona di spicco ai tempi del fascismo, non di lei, meno ancora delle sue poesie. Parlano di vita, morte, intrighi, amori, ipotesi, ma lei, Antonia, nelle loro parole, in verità, non c’è mai. Sfugge. Un poco sconsolato e frastornato non mi resta che l’ultima tappa, il cimitero dove lei è sepolta, mi dirigo verso il campo santo con tanta confusione in cuore e in testa, stavolta senza particolari attese ma anche lì, mentre fotografo la frase posta sul muro esterno, una donna alza la voce, ancora, e lo fa per farsi sentire da me, evidentemente, io in prima battuta fingo di non accorgermi ma lei insiste, fino a quando le rivolgo attenzione e così può finalmente scaricare tutta la sua rabbia contro la famiglia Pozzi. Io provo a dirle che non sono lì per le antiche beghe di paese, ma per la poesia, non mi ascolta. Mi tratta come uno stupido attratto da un miraggio. Io scatto la fotografia alla frase di Antonia, entro per una preghiera al cimitero e me ne vado. Incapace di dare un giudizio sulla mia visita a Pasturo salgo in auto, direzione Chiavenna, da amici, ne ho bisogno.
Giorni dopo però ritorno sull’ultima fotografia scattata, non riesco a dimenticare. Pasturo e la Pozzi e finalmente tutto si illumina, la poesia di Antonia sul pannello del cimitero, diceva così:
“E poi-se accadrà ch’io me ne vada-resterà qualche cosa
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro”.
Finalmente comprendo. E la sento, viva e vicina, Antonia, a parlarmi. Ecco cosa rende “alta” una vita, una città: l’esile scia di silenzio che anime poetiche si lasciano alle spalle, esili scie di luminose comete. La seminagione dell’anima dentro la concretezza delle cose. La capacità di sentire che dentro i pannelli esplicativi con le sue poesie, dentro le parole durissime di giudizio, dentro la pena, sincera, che qualcuno provava per quella donna morta così giovane, dentro la rabbia, dentro l’ingiustizia, perfino dentro i rumori assordanti del progresso, dentro ogni cosa, se si fosse prestato davvero attenzione, si sarebbe potuto sentire l’esile scia di silenzio. Ecco dove era nascosta e seminata Antonia Pozzi, ecco la poesia, ecco la spiritualità che rende alta una città: saper sentire il gemere silenzioso seminato in mezzo alle voci del mondo. Saperlo sentire quando tace e quando urla, saperlo sentire quando abita i versi poetici ma anche quando è incastrato tra le sgrammaticate lamentele di paese. Nei dolori, nella violenza, nelle incomprensioni. Nel sentirsi vinti dalla vita. Pasturo mi ha regalato l’urgenza di uno sguardo: cercare e trovare l’esile scia di silenzio in mezzo alle voci, e ascoltarlo quel silenzio, perché dice, sempre, il bisogno umano di giustizia, di bellezza, di Eterno. E ognuno lo sussurra o lo grida come può.

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