Suor Zita

«Occorre che il cielo si avvicini alla terra per potersi immergere anima e corpo nell’Infinito».
May 11, 2026
Suor Zita
“Occorre che il corpo sia immerso nell’Infinito. Stupenda realtà, ma che mistero! Come? Quanto? Quando? Occorre veramente che il cielo si avvicini alla terra per potersi immergere anima e corpo nell’infinito e sentirsi parte di esso. (…) è solo nella preghiera che io posso essere così perduta nell’Infinito?”. Ritrovo questo biglietto tra le pagine di un libro, sono pensieri di Zita Magagnoli, donna splendida, suora, per me anche santa. E non mi pare di esagerare anche se, mentre scrivo, mi sembra di sentire distintamente la sua voce che, ridendo, mi dice di smettere di prenderla in giro. Invece io i santi li immagino anche così. Vicini. E ironici. L’ho incrociata vent’anni fa Zita, io prete appena ordinato e lei suora da tanto tempo, era nata nel 1934. Donna di grande fede e di grande intelligenza, donna umile e donna profetica, donna profondamente unificata e libera, mi manca tantissimo.
È morta cinque anni fa. Memorabili gli incontri con lei, domandava e ascoltava, comprendeva e, alla fine, come madre del deserto, benediva. Donna della domanda. Le parole che ho scelto per iniziare questo scritto la descrivono bene, disegnava punti interrogativi, anche a voce, ed erano credibili perché in quella postura poi lei entrava, si adagiava nelle domande, diventava ascolto, creando possibilità per partorire verità. Talento rarissimo, dono affinato da anni di incontri e da lunghi momenti di preghiera, la stessa preghiera che suor Zita usava per provare, come scrive lei, a “perdersi nell’Infinito”.
Continuo la lettura del suo biglietto e le domande non smettono mai: “Ma chi è questo Infinito? È la carezza del Padre? È l’amore infinito di Dio di cui siamo avvolti? È chiedere al corpo di tenere vivo quel grande desiderio di verticalità che era dello stesso Gesù?”, interrogativi che assumono ancor maggior forza perché non provengono dalla cella di una eremita, non nascono dietro le grate di un monastero di clausura, non sono il frutto di silenzi immacolati, suor Zita apparteneva a un ordine di vita attiva, lei stessa ha insegnato per anni, e mentre scriveva queste parole stava seduta in una portineria, a contatto con tanta gente, con tanti ragazzi e genitori, rispondendo al telefono e al citofono, prendendo appunti, smistando la posta... Lì, nel mondo, umilmente, fino alla fine.
Se condivido con voi questi suoi interrogativi è perché credo fermamente che una città diventa alta quando dalla “bassezza” di certi luoghi, dall’umiltà di certi spazi, giganti di fede come suor Zita non hanno paura di gridare il loro enorme bisogno di infinito. Se condivido con voi questi ricordi è perché suor Zita giura ancora, anche oggi, che è possibile cercare Dio dentro il groviglio dei nostri impegni. Zita era una barca salpata nell’oceano dell’Eterno, aveva Cristo negli occhi, era mossa dal vento del Suo Spirito e lo faceva senza proclami e senza aspettare di essere nella giusta condizione.
Si può essere “verticali” ovunque, anche quando l’età ti infragilisce, anche quando sembra che il mondo possa fare a meno di te, anche quando occupi l’angolo anonimo della portineria di una scuola cattolica. Ma se sei un veliero salpato verso l’Eterno nessun porto può ingabbiarti mai. Se vi parlo di suor Zita è perché credo fermamente che donne e uomini così tengano vivo il mondo. Servono domande, domande vere, più che dogmatiche risposte. Serve di amarlo l’uomo, di amarlo senza misura. E serve la fede. Così concludeva suor Zita: “oggi sono venuti così questi pensieri, convinta che sarà sempre un maggior ascolto nella preghiera a fare luce”.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA