Il pettirosso
«Dentro, la morte; fuori un piccolo amico». Il pettirosso che bussa al vetro riapre il cuore alla primavera e alla speranza: «Mani calde come un nido d’uccello»

Un rumore secco e continuo: l’isolamento della casa in cui vivo accentua ogni minima increspatura inferta alla perfezione del silenzio. Mi alzo, penso di aver lasciato aperta una finestra. Forse è il vento che fa sbattere qualcosa contro il vetro, cerco, invano, tutto è chiuso e il rumore adesso è sparito.
Mi risiedo. Riprendo a scrivere. Il rumore ricomincia. Non è fastidioso, ma la curiosità mi ha ormai conquistato. Un piccolo battito insistente, un bussare minimo ma deciso, cerco ancora, nulla, poi lo sguardo cade sul vetro della finestra chiusa, corre oltre il cristallo, da fuori vedo volarsene via un pettirosso, il rumore cessa, era lui, becco contro vetro, trovo le tracce. Perché voleva entrare? Cosa cercava? Una cosa da nulla che ha riempito il mio cuore, in un periodo di grossi e drammatici sconvolgimenti nella frazione che abito. La natura a bussare alla finestra, il volo di una creatura dolcissima a risvegliarmi alla primavera esplosa, fuori, in un tripudio di luce. Il verde delle foglie al vento e la luce, gialla, abbagliante, delle ginestre. Dentro di me invece, ancora, il dialogo aperto con la morte: ho appena celebrato il funerale di un amico.
Dentro, la morte; fuori il becchettare insistente di un piccolo amico a dire che la primavera vuole entrare comunque in me, deve entrare, e che io non posso farci nulla, bisogna vivere. Immagino il mio cuore, fragile, di vetro, la tentazione di chiudersi, di adagiarsi sul ricordo degli inverni, sentirsi portati a sostare incessantemente sull’elenco delle persone già morte, cedere alla tentazione che la felicità sia ormai alle spalle e che nulla, nulla, dal futuro potrà arrivare a ridare i sorrisi della giovinezza. Ho cinquant’anni, a volte me ne sento cento.
Così, forse per questo, una mattina un pettirosso ha bussato. Al vetro del mio cuore. E poi è tornato anche i giorni successivi e, sono certo, tornerà ancora. Adesso lascio delle briciole. Lo nutro. Nutro la speranza della primavera. Avevo bisogno di trasformare in preghiera questo momento, non volevo rimettermi subito a scrivere, sono andato a cercare tra i miei libri le parole dell’amata Adriana Zarri, mi sembrava l’autrice perfetta da abbracciare, ho spalancato la finestra, da questa città alta ho lanciato nel sole le sue parole, per me, per il mio amico in volo, per la vita che vuole entrare, ancora, per la primavera, per l’amore caldo di questo nostro Dio paziente: per ognuno di voi. Si intitola “Non ti domanderò”:
Non darmi nulla, Signore,
non mi serve.
Non ti domanderò del pane
o delle vesti
o una buona salute;
e nemmeno la gioia di te.
Non ti chiederò sole
o nebbia
o fuoco acceso
o tovaglia sul tavolo;
ma solo un tavolo
perché tu possa sederti
nelle sere d’inverno.
Ti chiederò soltanto mani vuote,
mani cave,
mani calde:
come un nido d’uccello
dove tu possa riposare.
(Adriana Zarri, “TU” quasi preghiere, Gribaudi, 1985)
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