Nell'omicidio di Massa a far inorridire è il blackout dell'empatia

La scena di questo crimine è inconcepibile, perché ci mostra un gruppo di ragazzi che massacrano senza una reale ragione il padre di un quasi loro coetaneo. Si muovono come dentro a un film. Ma nella realtà le cose vanno diversamente
April 19, 2026
Nell'omicidio di Massa a far inorridire è il blackout dell'empatia
Un'immagine nella sera della fiaccolata organizzata a Massa in memoria di Giacomo Bongiorni, l'uomo ucciso in strada, accanto al figlio di 11 anni, per aver rimproverato un gruppo di ragazzini/ FOTOGRAMMA
Cosa ci strazia dell’orribile omicidio di un padre di famiglia avvenuto a Massa Carrara ad opera di un gruppo di adolescenti e giovani adulti? Più o meno tutto: l’età dei protagonisti, la dinamica dei fatti, la futilità delle motivazioni che lo hanno reso possibile. Tutto ciò che ci ha raccontato la cronaca sembra fuori dal principio di realtà. «Non è possibile, una cosa così» viene da dire, a noi, esterni ai fatti, che ne veniamo a conoscenza dai mass media. Ma la stessa incredulità appartiene anche ai genitori degli indagati, che raccontano di non riconoscere i loro figli negli autori di quei fatti di cui tutti i media parlano. Siamo tutti straziati, di fronte a fatti così. Lo siamo come adulti della comunità educante: che cosa abbiamo sbagliato per trasformare la crescita in un’età indifferente al dolore, al valore della vita, alla capacità di rispettare limiti non oltrepassabili, tra l’altro sanciti dalla legge che – se quei limiti non sai riconoscerli e rispettarli – te ne chiederà conto e cambierà per sempre la traiettoria del tuo futuro?
Ma c’è uno strazio che ci avvolge e coinvolge che nasce da un elemento ancora più profondo, che è la dis-umanità di cui questo omicidio è testimonianza, una disumanità della cui origine, causa, procedure non riusciamo a capacitarci. Ci viene da credere ai genitori degli indagati, il cui pensiero suona più o meno così: «Non possono essere i nostri figli ad aver fatto una cosa del genere. A casa nostra, noi non celebriamo la violenza, non li percepiamo desiderosi di provocare la morte altrui, non possiamo credere che dentro di loro abiti un istinto omicida che aspetta solo il momento giusto, la vittima inconsapevole per emergere e agire». Come è possibile che soggetti che stanno ancora abitando il primo tempo della loro vita siano capaci di produrre crimini tanto efferati rimanendo indifferenti e insensibili? È proprio questa la domanda che continua a girarmi in testa da giorni, perché in questa storia mi ha colpito la totale mancanza di freni inibitori nell’aggredire un adulto che ha di fianco a sé il proprio figlio undicenne. Se c’è un minore vicino, gli esseri umani sanno fare (o dovrebbero essere capaci di farlo) due passi indietro, qualsiasi sia l’intenzione che ti muove. Ancora di più se quel minore ha pochi anni meno di te. Anche tu eri undicenne nel recente passato, anche tu hai camminato col tuo papà per le strade della tua città. Come è possibile che vedere un tuo quasi coetaneo a fianco del padre che stai massacrando, sentirlo urlare di fermarti, vederne l’angoscia e l’impotenza non provochi in te una retroazione correttiva, non intervenga sul tuo impulso violento, inibendolo?
La scena di questo crimine è inconcepibile, perché ci mostra un gruppo di ragazzi che massacrano senza una reale ragione il padre di un quasi loro coetaneo, che è lì, di fianco a loro, che guarda tutto, che urla, che piange, di cui dovrebbero sentire il dolore e l’angoscia, empatizzando con la sua condizione. In fin dei conti lui è quasi come loro. Invece non sentono nulla. Agiscono indifferenti a tutto. Di fronte a un padre e a suo figlio, trattano quell’uomo come se fosse una bambola di pezza, da abbattere. E quel figlio che assiste è per loro un essere di cui disinteressarsi, del cui dolore non avere alcuna cura. Si muovono sulla scena di un crimine orrendo come si muoverebbe dentro un film in cui gli attori sono chiamati a recitare un ruolo, sapendo che ciò che verrà ripreso dal regista serve a realizzare una fiction che non ha alcuna ricaduta sulle vite reali di chi agisce quella scena. Invece, a Massa Carrara, non c’era un set e non c’erano attori: tutto era vero. Era vero il dolore, era vera la morte che è arrivata senza chiedere il permesso, era vero il doloroso sgomento di un figlio undicenne che davanti al proprio padre morto è l’unico a sperare di essere dentro un film e implora al proprio padre di alzarsi, come se – una volta finito di girare la scena – fosse possibile rimettere tutto a posto, ricomporre tutto, senza alcuna conseguenza per nessuno.
La banalità del male oggi sta in una miriade di azioni che vengono compiute assecondando un impulso che non viene sottoposto al filtro del pensiero, che non riflette sulle implicazioni e le conseguenze che derivano dall’agirlo – quell’impulso – perché non sai frenarlo, placarlo, addomesticarlo e significarlo. Sta accadendo che si arriva alla maggiore età, avendo immerso il proprio cervello in un brodo di sovrastimolazione ed eccitazione, dove il valore della potenza e della velocità sopravanza – di gran lunga – quello del pensiero e del significato. Moltissimi videogiochi ti rendono un campione e un super-eroe della loro classifica, se uccidi tanto e in fretta. Per ore, agisci un impulso omicida per gioco, poi esci fuori nel mondo e dovresti fare l’esatto contrario, ovvero preoccuparti di proteggere chi ti sta davanti. Ma dentro di te, quella spinta ad agire in modo indifferente e potente contro l’altro può essere diventata molto più allenata di quella che invece serve nel principio di realtà: ovvero il bisogno empatico e protettivo che nell’altro non vede qualcuno da far fuori, ma qualcuno di cui occuparsi in modo amorevole e solidale.
Nelle vite dei nostri figli è fragilissima la loro empatia, la loro capacità di guardare l’altro in modo soccorrevole, di de-centrarsi dal proprio sentire per sintonizzarsi su ciò che c’è nella mente e nelle emozioni di chi ci sta a fianco. Noi adulti non ci siamo accorti che il brodo socioculturale e digitale in cui abbiamo immerso il loro cervello in crescita li educa più alla violenza che all’empatia, più alla logica del branco che alla cooperazione della squadra. Siamo tutti, come i genitori, degli indagati: increduli perché anche noi pensiamo che i nostri figli non possono essere quelli che compiono azioni così tremende. Il dato di fatto è che anche i ragazzi del branco, oggi, messi di fronte al principio di realtà che li obbliga a pensarsi come assassini, probabilmente raccontano che loro non avrebbero mai voluto che le cose andassero in questo modo; che loro non ci avevano pensato che dare quei pugni e quei calci avrebbe ucciso un padre; che tutto è degenerato senza che loro se ne rendessero conto. Invece, quel sapersi assassini, oggi dovranno impararlo. Perché nella realtà le cose vanno diversamente da ciò che accade in un film o in videogioco. È da qui che tutti noi, genitori, educatori docenti e adulti, dobbiamo ripartire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA