Il bluff della remigrazione. Solo uno slogan, ma pericoloso
Parola d’origine incerta, adottata dall’estrema destra, diventa proposta legittima nel dibattito pubblico. Tra espulsioni, rimpatri volontari e restrizioni, resta oscura e alimenta ostilità e discriminazione

Remigrazione è la parola del giorno del fronte sovranista più radicale in Europa. Parola d’incerta origine, è stata adottata dall’estrema destra francese di Génération identitaire e, soprattutto, dopo un’iniziale titubanza, dall’Afd tedesca, quindi è tracimata in Italia. Ha offerto inizialmente alla Lega di Salvini – negli ultimi giorni a dire il vero molto più cauto sul tema specifico – l’occasione per riaffermare il suo posizionamento politico sulla destra più radicale, cercando di togliere spazio al nuovo competitore Vannacci. Non contenti delle parole d’ordine ormai usurate della chiusura dei porti, dell’asilo come immigrazione illegale, della lotta alle Ong, i cultori della purezza etnica stanno alzando i toni della propaganda. Non è più soltanto questione di fermare i nuovi ingressi, ma di rimpatriare chi si è già inserito nella nostra società, magari da anni. La manifestazione di Milano, con la partecipazione di importanti figure istituzionali, esprime a chiare lettere lo sdoganamento di quello che era e resta sostanzialmente uno slogan.
Una rivendicazione che fino a tempi recenti sarebbe stata bollata come razzista e anticostituzionale, anche a causa dell’imbarazzante curriculum dei suoi iniziali proponenti, è stata presentata come una proposta del tutto legittima, attuabile e degna di cittadinanza nel dibattito democratico. Il senso preciso e la portata della remigrazione rimangono tuttavia oscuri, magmatici e soggetti a diverse declinazioni. La remigrazione è anzitutto e fondamentalmente un sentimento: il desiderio di ripristinare un’omogeneità visibile della nazione, depurandola dalle contaminazioni straniere. Quelle dei Paesi poveri, non quelle del Nord del mondo, da cui in realtà sono arrivati i principali influssi che hanno trasformato le nostre società. Si vorrebbe ritrovare un’identità unificante e perduta, definendola per contrapposizione a una presunta invasione terzomondiale. “Padroni a casa nostra” era il claim, neppure molto originale, della manifestazione milanese. Sullo sfondo aleggia l’evocazione della Grande Sostituzione Etnica, il preteso complotto per rimpiazzare la popolazione bianca e cristiana autoctona con orde di predoni provenienti dal Sud del mondo.
Quando però si tratta di precisare i contenuti del programma, le idee si confondono. In Germania la remigrazione era stata inizialmente ventilata come un’espulsione di massa di milioni d’immigrati e loro discendenti, compresi quelli nel frattempo divenuti tedeschi. Tradotta in proposta legislativa, oscilla tra coercizione, restrizione del diritto d’asilo, promozione del rimpatrio volontario. In ogni caso è costretta a ridimensionare l’impeto iniziale, per non cadere immediatamente sotto l’accusa di incostituzionalità. Ancora diversa è la proposta italiana, contenuta nella legge d’iniziativa popolare sull’argomento. Sotto l’altisonante titolo “Remigrazione e riconquista”, inizia proponendo di abolire i flussi d’ingresso per motivi di lavoro (art. 1, par. 1). Fa pensare che secondo i promotori tra i fautori della presunta invasione un posto di rilievo spetta niente meno che al governo in carica. Poi definisce come remigrazione «il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine». Il testo prosegue con un coacervo di proposte che mescolano contrasto allo sfruttamento, lotta contro le Ong, severe limitazioni dei ricongiungimenti familiari, ripristino della cittadinanza per diritto di sangue «senza limiti generazionali», rimpatri volontari assistiti, nuovi ingressi per lavoro comunque ammessi, sebbene a denti stretti. Appare evidente in tutto questo un problema che gli studi sulle politiche migratorie hanno da tempo colto. La materia si presta a roboanti campagne propagandistiche, che si ridimensionano quando devono tradursi in norme legislative, senza contare le difficoltà di attuazione delle norme e di efficacia nella loro applicazione. Ma anche gli slogan e la propaganda fanno danni, alimentando un clima di ostilità e discriminazione verso chi ha come unica colpa una provenienza indesiderata.
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