Lo splendore della Sagrada Família e quelle gru che parlano di "imperfetto"
Leone XIV benedice la Croce che domina Barcellona. E sono bellissime e fondanti quelle rudi gru di acciaio scabro accanto alle colonne di Gaudì. Vogliono dire che l’Opera è ancora in fieri

«Veure baixar del cel, venint de Déu, la ciutat santa, la nova Jerusalem, abillada com una núvia que s’engalana per al seu espòs ». «Adorna come una sposa va incontro al suo Sposo». Le parole del Libro dell’Apocalisse di Giovanni risuonano sotto alle colonne possenti della Sagrada Família, foresta di luce nel tramonto di Barcellona. Indescrivibile l’incrocio di raggi di ogni colore dell’iride che traversano la navata: e sì, pare proprio immagine della Gerusalemme Celeste la Sagrada, sposa adorna che attende lo Sposo.
La metafora è ripresa da Leone XIV nell’omelia, nella basilica gremita. In anni di guerre e paura e sconforto, la straordinaria creatura di Antonio Gaudì risplende come una stella sulla metropoli che le giace sotto, smisurata. Lui, morto da cento anni, giace qui, sepolto. Lo uccise un tram che lo travolse, un povero vecchio claudicante. Lo credettero un senzatetto. E in qualche modo lo era, non aveva più una casa ma viveva in una stanzetta del cantiere. La sua chiesa era diventata la sua casa. Chiesa che dopo la sua morte, proseguita da altri, è una mole di vita nella pietra. Si bloccano sbalorditi gli sguardi degli uomini. La Sagrada è foresta di luci, questa notte. O, nei giorni senza sole, è grigia e impervia come una montagna incantata. E poi stella polare, ora, con quella croce altissima su Barcellona: «Un faro sulla città», dice Leone. Un faro alto sul Mediterraneo, dove incrociano barche di profughi che naufragano e muoiono. Spesso, non se ne accorge nessuno. Un faro, se ci pensate, è carità: carità nel buio delle tempeste a chi arriva da lontano, e non conosce la rotta.
In questa notte di splendore, nelle voci dei cori potenti o lievi, la Basilica consacrata nel 2010 da Benedetto XVI vede allinearsi nei primi banchi il Re di Spagna, il capo del Governo spagnolo, i potenti. A loro e tutti Leone ripete poche incisive parole: «Chi crede non può fare la guerra, né uccidere innocenti, né abbandonare chi soffre nella miseria». Tre righe. Un memento. Ma la nettezza delle parole del Papa sta sospesa in una vaga eco di Cantico dei Cantici. Le mille sculture sulle guglie – leoni, ramarri, rettili, uccelli, l’onirico universo di Gaudì – fanno pensare all’Eden. La purezza delle voci bianche rafforza la sensazione di mondo ricreato, di Gerusalemme nuova. E i colori dalle vetrate, quei colori creati dalla stessa luce: giacché è la luce che compie i colori, senza di lei tutto sarebbe oscuro e uguale. La luce che genialmente Gaudì ha voluto padrona di questa pietra, a ricrearla di nuovo, a ogni nuova alba. Le telecamere in primo piano mostrano il Papa forse un po’ stanco, e a tratti commosso egli stesso dalla meraviglia che gli si para davanti. Accenna all’essere, la Sagrada, ancora non del tutto compiuta: «L’imperfezione non è mancanza, ma promessa». E tu sussulti, perché questa frase ti riguarda, ci riguarda. Ogni giorno constati la tua assoluta imperfezione, con tristezza. Ma, se l’imperfezione non fosse solo mancanza? Se ciò che ancora non c’è fosse promessa del compimento che sarà?
La prima pietra della Sagrada fu posata il giorno di San Giuseppe di 144 anni fa. Generazioni di catalani si sono arrampicati in questo vertiginoso cantiere, innalzando 17 torri, scolpendo migliaia di statue: ognuna perfetta, benché spesso posta tanto in alto da essere invisibile agli occhi. Come nelle cattedrali medioevali che svettano nella piazze d’Europa. E certo anche qui, come mille anni fa, quei carpentieri e scultori arrivavano ragazzi, e poi sulle travi incanutivano, e le ossa si facevano dolenti. Passavano, forse, la domenica, sotto alla foresta di pietra con un nipote piccolo per mano, e gli dicevano: «Vedi quel leone lassù? L’ho fatto io». E poi morivano e altri continuavano l’opera, eredi: migliaia di mani unite sotto le volte di Dio. Che cosa singolare, a pensarci, che in tempi così distratti, violenti, sguaiati, ancora venga benedetta da un Papa la più alta Croce su una cattedrale in Occidente. Che quella Croce si stabilisca nel cielo di Barcellona, “braccia aperte”, dice Leone. Aperte a chi arriverà da lontano. Aperte a chi nascerà. Segno di una fede che tuttavia permane. Memoria magari carsica, eppure tenace. (Rivedi le fiamme che si sprigionarono da Notre Dame, il 15 aprile 2019, risenti quel senso di angoscia: la Cattedrale brucia, la Chiesa brucia, crollerà. No, Notre Dame è rinata. Staglia le sue austere torri, uguali, sotto al cielo di Francia). Nello smarrimento di anni sanguinosi, di un’epoca stravolta che non ci aspettavamo, questa notte a Barcellona splende un segno: è la Croce lucente sull’orizzonte della città degli uomini.
Infine è quasi notte quando la Sagrada offre di sé uno straordinario spettacolo. Dapprima buia, la chiesa a poco a poco si colma di luci. Sembra viva. Le voci candide dei pueri cantores accompagnano la metamorfosi, le torce in mano ai fedeli nella piazza seguono la luce della Cattedrale. Che si alza e quasi esplode in un chiarore trionfante nelle prime tenebre: tutte le torri, ora 18, svettano nella notte di Barcellona. La luce, più forte delle tenebre. Non praevalebunt, ti risuona in mente. E poi, fuochi: fuochi di artificio, come in una grande festa di popolo. Accecano i presenti, e si vedono, certo, anche dal mare. Risplende tutta, per un istante, nell’oscurità, la foresta incantata. Solo, non vengono illuminate le due altissime gru ancora all’opera nel cantiere. Forse il regista non le riteneva importanti. Ma sono invece bellissime e fondanti quelle rudi gru di acciaio scabro accanto alle colonne di Gaudì. Vogliono dire che l’Opera è ancora in fieri. Che «l’imperfezione non è mancanza, ma promessa». Anno 2026, Parola di Leone XIV.
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