Gli immigrati eravamo noi, a Marcinelle

C’è un lezione della catastrofe belga che forse non abbiamo imparato. E riguarda lo sguardo sulle migrazioni. Perché ciò che chiedevano i minatori italiani non è diverso da quanto tanti lavoratori stranieri in Italia oggi faticano a ottenere
Google preferred source
August 7, 2026
Gli immigrati eravamo noi, a Marcinelle
Marcinelle (Belgio), agosto del 1956
Partivano inseguendo il sogno di un futuro migliore, soprattutto per i propri figli. In fuga dalla fame e dalla povertà, viaggiavano su treni merci diretti verso un altro Paese, dove avrebbero dovuto lavorare duramente per guadagnarsi da vivere. La prospettiva non era allettante. Eppure, scendere a centinaia di metri di profondità per estrarre carbone, tra fatica e pericoli, appariva comunque preferibile a un presente segnato dalla disoccupazione e dalla miseria. Anche le condizioni di sicurezza erano precarie: molti, tuttavia, erano disposti ad accettare quei rischi in cambio di un salario che consentisse di mandare qualche soldo a casa ogni mese.
Erano gli emigrati italiani occupati nelle miniere del Belgio nel secondo dopoguerra. Dopo gli accordi del 1946, basati sul cosiddetto scambio “manodopera-carbone”, a migliaia lasciarono un’Italia arida di opportunità lavorative per trasferirsi in un Paese in cui servivano nuove forze per sostenere la ripresa economica. Settant’anni fa, a Marcinelle, quella promessa di riscatto si trasformò in una delle pagine più dolorose della storia dell’emigrazione italiana. L’8 agosto 1956, al Bois du Cazier, un incidente durante una manovra nel pozzo provocò un incendio che tolse la vita a 262 minatori, 136 dei quali italiani. Morirono uomini accomunati da un destino crudele e dalla condizione di lavoratori migranti, arrivati in un Paese dove spesso erano accolti con diffidenza, considerati soprattutto braccia da impiegare nei settori più duri. Li chiamavano “musi neri”, per la fuliggine che si depositava sui loro visi.
La vita dei minatori era fatta di sacrifici. Quell’occupazione implicava convivere con il pericolo, inalare polveri di carbone e accettare condizioni al limite. Alla sicurezza venivano anteposte altre priorità: la produzione, la necessità di estrarre carbone, la corsa all’energia. Marcinelle diventò però un punto di svolta. Da quella tragedia scaturirono cambiamenti profondi: più controlli, maggiori obblighi di tutela, sistemi di prevenzione e una nuova consapevolezza dei rischi connessi alle attività più usuranti. Evoluzioni significative, anche se non ancora sufficienti a evitare il dramma delle troppe morti bianche. Ma c’è un’altra lezione della catastrofe belga che forse non abbiamo imparato fino in fondo. È quella che riguarda lo sguardo sulle migrazioni. Perché a Marcinelle gli immigrati eravamo “noi”. Erano italiani quelli che lasciavano il proprio Paese, che accettavano i lavori più gravosi e speravano che la fatica di una generazione potesse essere ripagata da prospettive migliori per quella successiva.
Oggi quelle storie hanno altri volti. Sono quelli degli operai stranieri che salgono sulle impalcature, talvolta senza le dovute protezioni, per ristrutturare i palazzi delle nostre città. Ci sono poi i lavoratori bengalesi impiegati nei cantieri navali del Nordest, fondamentali per un comparto strategico ma che, nonostante questo, continuano a fare i conti con diffidenza e marginalizzazione. E ci sono i braccianti indiani di mezza età, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi su Avvenire, che faticano nei campi di meloni del Mantovano: padri che lavorano sotto il sole nella speranza di offrire ai figli condizioni di vita migliori delle proprie.
Certo, le situazioni storiche non sono identiche. Sono trascorsi settant’anni e sono cambiati alcuni impieghi e i contesti economici. Ma resta una domanda: quanto siamo capaci di riconoscere negli altri una storia che appartiene anche al nostro passato? Ieri le miniere, oggi i campi di meloni e i cantieri. A legare passato e presente è il valore di una manodopera che spesso non viene adeguatamente riconosciuta. Sono persone che contribuiscono allo sviluppo della società: raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole e svolgono lavori essenziali per la vita quotidiana del Paese. Marcinelle non può essere soltanto memoria di una tragedia lontana. Dovrebbe ricordarci che le migrazioni non sono una questione di “noi” e “loro”, ma una storia che si intreccia continuamente. Ciò che chiedevano i minatori italiani in Belgio non è diverso da ciò che tanti lavoratori stranieri nel nostro Paese faticano ancora a ottenere: sicurezza, rispetto, diritti. Allora come oggi, resta una questione di civiltà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire