Arrampicata beat
sul sogno americano

Gabriel Tallent
in “Crux” racconta
una coppia di amici appassionati di scalate.
Attraverso le figure
di Dan e Tamma
prende corpo
la ribellione
all’ordine costituito, tutto soldi e carriera
Google preferred source
August 7, 2026
Arrampicata beat
sul sogno americano
Il sogno americano è ancora vivo, o meglio: ha ancora i contorni “economici” che gli si è attribuito di solito? Oppure nell’era dell’high tech (re)esiste da qualche parte ancora quello spirito beat di ribellione all’ordine costituito, alla tendenza borghese di una vita tranquilla, economicamente soddisfacente, ma di visioni e orizzonti ristretti? Gabriel Tallent ha scritto un romanzo, Crux (Solferino, pagine 416, euro 22,50), nel quale prende di petto questa dimensione attraverso un prisma molto particolare: l’amicizia tra due ragazzini appassionati di scalate. Per appigli, moschettoni, pareti e granito Dan e Tamma, liceali californiani, sono disposti a tutti, tanto la passione per il climbing nutre e anima l’io di questi due fedelissimi, che hanno alle spalle situazioni famigliari opposte: il ragazzo la classica “buona famiglia” che vuole mandarlo al college, dove può ottenere un’ottima borsa di studio e iniziare la via del successo; la ragazza una roulotte, famigliari scapestrati, per cui deve imbarcarsi anche in pannolini, biberon e quant’altro per assistere i nipotini, figli di una sorella inaffidabile. Un personaggio, Tamma, che spicca in maniera nitida dal romanzo di Tallent, anche grazie alla descrizione di un antieroina cui non è difficile affezionarsi: «Guardate la ragazza – guardatela, con i suoi jeans e la sua felpa logora, con i denti scoperti, il naso storto dalla punta rossa, le labbra screpolate, l’acne nella piega del mento, le grandi orecchie che spuntano dai capelli aggrovigliati, guardatela che si raddrizza sulla gamba destra, e l’appiglio a mezzaluna è sopra di lei, e lei si allunga, si allunga. Pensa: “Posso farcela. Sì che posso farcela”».
Ed è proprio sul filo del contrasto tra una vita “casa, ufficio e famiglia” e il senso dell’avventura che l’arrampicare dà, con soggiacenti due visioni del mondo – una borghese, in cui non ci si fa più domande e si cerca la soddisfazione dei propri bisogni come orizzonte ultimo, una più bohemien, dove il senso è una sfida e il limite esiste per essere superato – che il romanzo di Tallent offre le sue pagine migliori. A mo’ di esempio, riportiamo il discorso di Dan davanti al consulente del college che deve fargli l’esame per la borsa di studio. Invece di trovarsi davanti un ragazzo desideroso solo di guadagnare i bigliettoni per iniziare la scalata nella società, ecco come se ne viene fuori il giovane climber : «Quando mi guardo intorno, vedo che tutti vivono queste vite senza scopo che non capiscono, vite che non si godono, costretti a passare da una cosa all’altra, falliti e con la paura di essere falliti, facendo lavori che odiano per una vita in cui non trovano senso, e sembra che non ci sia nient’altro, nessuna speranza o bellezza da nessuna parte, nella vita di nessuno, nessuno sa come travolta, nessuno sa dove sia andata, o perché se ne sia andata, dovunque ti giri non ci sono possibilità, non c’è speranza, non c’è futuro, nessuno di quelli che ho incontrato vede un senso in tutto questo, nessuno pensa che ci sia qualche possibilità, e nello stesso tempo non riescono a smettere di macinare sogli, e io non voglio andare a scuola e farmi dire qual è il senso delle cose in modo da essere contento ed efficiente facendo il qualsiasi lavoro che farò dopo». Questa la pars destruens , quella costruens ha il gusto beat di altri tempi: «Io non voglio questo; voglio andare sul White Rim con la mia amica e scalare torri di arenaria a rischio della vita, nuotare nel fiume Colorado, vagare per gli slot canyon e cercare rovine anasazi nascoste nelle valli secondarie. Si può dormire di notte nei canyon e nei wash con altri climber , tutti con falò e birra, friggendo tacos sotto ai pioppi mentre la gente suona la chitarra e legge poesie. Là fuori ci sono persone amanti del rischio, disadattate e strane. Persone alla ricerca di un senso, che misurano la loro vita non in base alle vicissitudini della fortuna, ma in base alla loro incandescente vicinanza alla realtà. Con la mia amica [Tamma] potremmo fare qualcosa di grande, di straordinario, potremmo forgiare una vita gloriosa e rischiosa, persino onorevole: piena di bellezza, in ogni momento, non importa se dolorosa, difficile, piena, almeno della bellezza di luoghi e persone reali, totalmente diversa dalla pista di pattinaggio che vedo stendersi davanti a me». Ghiaccio levigato da un lato, parete rischiosa dall’altro: come simboli dell’alternativa, niente male come immagini.
Il contrasto fra le due visioni del mondo, si badi, non si misura per i personaggi di Tallent sulla “distanza” fisica dal mondo normale in cui si è. Anche stando dentro una roulotte di famiglia si può essere estremi: «Il coraggio non è un high step rischioso; puoi esercitare il coraggio ogni giorno della tua vita. Semplicemente lavando i piatti quando sei stanco. Rifacendo i letti e piegando il bucato quando non hai più energie. Queste sono situazioni in cui pensi: “Non ce la faccio”, ma poi lo fai comunque. Parlare dolcemente a un bambino quando sei sveglio da trentasei ore e ti senti morire. Essere gentile con tua sorella quando fa la stronza. Tutti questi sono gesti difficili di gentilezza e cura, sono nella stessa categoria del tenere la mano a un bambino che sta morendo, quando non vuoi affrontare quello che è successo».
Il romanzo di Tallent ospita l’onestà esistenziale dell’autore che si percepisce vivida seppur imbrigliata ancora da una scrittura ancora troppo “costruita” per essere tramite di una visione del mondo libera e liberante. Nelle sue pagine l’arrampicata diventa un simbolo di umanità e di relazioni non intaccate dal consumismo che come la tignola annichilisce ogni cosa: «Si affrontava la salita insieme, ma per lunghi tratti non ci si vedeva, si era soli, ognuno faceva il proprio viaggio. Bisognava fidarsi dell’altro. Questo era lo schema: ognuno si arrampicava nell’incertezza e nella solitudine e poi, finalmente, tornava in compagnia dell’altro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire