Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un'altra: quella tra ricchi e poveri
A proposito dell'intenzione del governo Meloni di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri nelle aule, va osservato che correttamente si riconosce un fenomeno: la concentrazione di molti ragazzi appena arrivati in Italia negli stessi istituti. Però non si affronta l''altro nodo, enorme, di chi ha meno risorse e fa più fatica

Le classi ghetto esistono. Solo che, per qualche ragione, alcune fanno notizia e altre no. Ci allarma una classe con troppi stranieri. Molto meno una classe piena di bambini poveri. In Italia i minori in povertà assoluta sono oltre un milione e duecentomila e a scuola tendono a concentrarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. Però il limite agli stranieri strappa applausi, quello ai poveri non se lo fila nessuno. Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del governo di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. L’obiettivo dichiarato è evitare le “classi ghetto” e favorire l’integrazione.
Il problema dal quale parte l’esecutivo è reale. Concentrare nella stessa classe molti ragazzi appena arrivati in Italia, magari con una conoscenza insufficiente della lingua, può rendere più difficile il lavoro degli insegnanti e l’integrazione. Ma se ciò che conta è la concentrazione dello svantaggio, la cittadinanza è soltanto una delle caratteristiche alle quali dovremmo guardare. E probabilmente neppure la più importante. Nella scuola italiana esiste infatti un’altra segregazione, meno visibile, quella sociale. I figli delle famiglie con minori risorse economiche e culturali tendono più frequentemente a ritrovarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. I dati Invalsi mostrano una segregazione persistente legata al livello d’istruzione delle famiglie, particolarmente rilevante nelle grandi aree metropolitane e nel Mezzogiorno.
Una parte del fenomeno dipende dalla geografia delle nostre città. Ma un’altra nasce dalle nostre scelte. Ogni genitore vuole il meglio per i propri figli e, se considera problematica una scuola, cerca di evitarla. Non tutti, però, possono farlo allo stesso modo. Servono informazioni, tempo, possibilità di spostamento, reti sociali. Quando le famiglie più attrezzate abbandonano una scuola, proprio quella scelta contribuisce a trasformarla. Aumentano proporzionalmente gli studenti con maggiori bisogni educativi e la cattiva reputazione finisce per confermarsi. La libertà di scelta individuale può così produrre un risultato collettivo che nessuno ha esplicitamente scelto.
Scuole dei ricchi e scuole dei poveri. E la composizione delle classi conta. A scuola non impariamo soltanto dagli insegnanti, ma anche dai compagni, dal loro linguaggio, dalle aspettative, dalle norme sociali e dalle aspirazioni che circolano nel gruppo. Sono i cosiddetti “effetti dei pari”. Per questo l’Invalsi richiama l’importanza del fatto che le classi dovrebbero essere preferibilmente eterogenee. Ma torniamo allora alla proposta di Meloni. Se il problema è la conoscenza dell’italiano, misuriamo la conoscenza dell’italiano. La cittadinanza dice molto poco al riguardo. Quasi due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati in Italia. Un bambino nato a Torino da genitori egiziani può parlare italiano con inflessioni sabaude quanto un figlio di piemontesi da generazioni. Un suo compagno italianissimo può invece provenire da una famiglia nella quale nessuno ha terminato la scuola superiore, che non possiede libri e dove le risorse economiche sono scarsissime.
Sono i nuovi Pierino e Gianni di cui parlava don Milani. Immaginiamo, allora, due classi. Nella prima il 35% degli studenti ha cittadinanza straniera, ma sono nati in Italia e parlano perfettamente italiano. Nella seconda non c’è uno straniero, ma quasi tutti provengono da famiglie con basso reddito, bassi livelli d’istruzione e poche risorse culturali. Quale delle due è la “classe ghetto”? Non c’è una facile percentuale, buona per un comizio, che possa rispondere. Il rischio è confondere una caratteristica facilmente osservabile, la cittadinanza, con il problema che si vuole affrontare. Se il problema sono le sacrosante difficoltà linguistiche, si intervenga sulle difficoltà linguistiche. Se è lo svantaggio educativo, si misuri quello. Se è la segregazione, occorre guardare a tutte le segregazioni, economiche, etniche, religiose, territoriali.
La scuola pubblica è una delle poche istituzioni nelle quali persone che la società tende a separare possono ancora incontrarsi. Il figlio del medico e quello dell’operaio, la figlia dell’avvocato e quella della cassiera, chi è nato a Treviso e chi è nato a Dakar possono trascorrere cinque ore al giorno nello stesso posto e scoprire che il mondo non coincide con la propria famiglia, il proprio quartiere e il proprio reddito. Questa mescolanza non è un effetto collaterale della scuola pubblica. È uno dei suoi prodotti più preziosi.
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