La «rivoluzione europa» secondo Paolo Gentiloni
Pubblichiamo in anteprima un estratto del nuovo volume dell'ex premier, “Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea”, in uscita domani per Rizzoli: «Oggi va rimessa al centro della riflessione della sinistra democratica una prospettiva di Europa federale, costruendo un suo equilibrio originale con gli Stati nazionali. Perché sì, si può essere patrioti italiani ed europei».

Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Paolo Gentiloni, Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea, in libreria per Rizzoli dal 22 settembre 2026. Un appello a riscoprire l'orgoglio europeista e a costruire una patria comune fondata su libertà, pace, rispetto dell’ambiente e primato del diritto. Di fronte a un mondo sempre più instabile e all’assedio di Putin e Trump, Paolo Gentiloni propone una prospettiva originale di Europa federale capace di dare forza e autonomia strategica all'Unione. Perché si può essere insieme patrioti italiani ed europei.
“L’Europa lontana, assente, impotente, muta. L’Europa incapace di imporre la pace in Ucraina. L’Europa che non la smette di adulare Trump. O che non lo adula abbastanza.
E dov’è, questa Europa, quando schizzano in alto i prezzi dell’energia. Perché non interviene? Per non parlare della Cina: ma non si accorgono, a Bruxelles, dell’invasione di merci cinesi sussidiate dallo Stato? Questa Unione Europea ossessionata dalla transizione verde e che si ostina a volerci privare del gas russo. Questa Europa col feticcio della concorrenza e il tabù del debito pubblico. Ora vuole addirittura costringerci a spendere per la difesa. Provvedessero i tedeschi. Perché non difendiamo piuttosto le nostre frontiere esterne dai migranti?
È un mostro di burocrazia, va fermato. In fondo i giganti tecnologici americani non hanno tutti i torti: pensate che a Bruxelles vogliono regolare perfino l’intelligenza artificiale…
Questa Europa dovrebbe fare meno cose. E soprattutto lasciare agli Stati nazionali le cose importanti.
Ecco, queste sono le voci di chi dall’Europa vorrebbe tutto, a condizione che non possa fare nulla.
La mia è una voce fuori dal coro assordante dei lamenti sull’Europa, una visione del tutto opposta. Sono nato a Roma, la più bella città del mondo. Sono italiano ed europeo. Tre privilegi. Ma fino a che punto è considerato un privilegio essere europei? Eppure ci sono ottime ragioni per considerarsi privilegiati.
Si vive più a lungo, tanto per cominciare. L’aspettativa media è di ottantadue anni, quattro anni in più della Cina o degli Stati Uniti, quasi venti più dell’Africa e quindici più dell’India. Solo alcuni Paesi come Giappone, Corea e Canada condividono questo privilegio. E poi negli Stati Uniti la mortalità infantile è quasi il doppio che in Europa. Si tratta di medie, ma avere in media dieci anni di vita in più rispetto all’insieme del pianeta non è cosa da poco.
Anche perché se ci si ammala, qui si viene curati da una sanità pubblica gratuita e di ottimo livello. I suoi limiti, di cui spesso discutiamo, non dovrebbero farcelo dimenticare. Negli Stati Uniti, ad esempio, solo un cittadino su tre è coperto da assicurazioni pubbliche, e si tratta anche in questi casi di coperture non universali ma legate a condizioni particolari di età o di reddito.
Da noi, scuola e università sono in genere pubbliche e gratuite. La loro qualità varia tra Paesi e regioni europee, ma in nessuna parte del mondo esiste un’offerta comparabile. Le università pubbliche americane sono di ottimo livello, ma sono anche costosissime. Per non parlare di quelle private. E infatti il debito studentesco, quasi sconosciuto in Europa, negli Stati Uniti raggiunge in media quarantamila dollari a testa.
Più in generale, il modello sociale europeo è di gran lunga meno ingiusto rispetto ai Paesi comparabili. Il coefficiente di Gini, che misura le diseguaglianze, mostra ovunque nel mondo (Stati Uniti, Cina, economie emergenti) diseguaglianze molto maggiori di quelle europee. Le ingiustizie dilagano ovunque, ma il modello europeo riesce almeno ad attenuarle perché si avvantaggia di tassazione progressiva, sanità e istruzione pubbliche, sistemi pensionistici solidi, presenza di ammortizzatori sociali. Anche la concentrazione della ricchezza, per quanto cresciuta negli anni, è nettamente inferiore a Cina o Stati Uniti. Così come inferiore è anche il tasso di povertà.
L’Europa è il luogo in cui vivere anche sotto il profilo della sicurezza. Un quarto degli omicidi, la metà dei morti sul lavoro, un quinto dei carcerati: questo il paragone con gli Stati Uniti.
E l’Europa è più che mai la terra dei diritti, della parità di genere, della libertà di pensiero, della tutela delle minoranze.
Non mi dilungo su altri privilegi di noi europei, legati al patrimonio culturale, al cibo, allo stile di vita in genere. Li conosciamo bene.
Il Vecchio continente non è certo il paradiso in terra. Le condizioni di esistenza sono dure per decine di milioni di europei. E in diversi settori il nostro ritardo in termini di competitività dagli Stati Uniti e dalla Cina potrebbe costarci caro nei prossimi anni.
Verrebbe però da dire che l’Europa è il peggior Continente in cui nascere, a eccezione di tutti gli altri.
So benissimo che noi europei viviamo nell’area più attraente del pianeta ma abbiamo la struttura di governo più respingente. Conosco limiti e ritardi, descritti con grande efficacia da Mario Draghi ed Enrico Letta nei loro Rapporti. Ho sofferto per l’assenza della politica estera europea sulla tragedia che si è consumata a Gaza.
Ma qui si fa una scelta di campo, per un’Europa più forte e in marcia verso una nuova forma di integrazione federale. Una scelta non campata in aria, ma con un fondamento storico e culturale, e soprattutto imposta dallo stato del mondo attuale. Siamo sotto assedio, per la minaccia di Putin e l’abbandono di Trump. E da un assedio si esce solo più forti. O soggiogati.governi attuali sembrano lontani da questa ambizione. Alcuni la contrastano apertamente. Ma la realtà può cambiare le scelte dei governi, come ho visto con i miei occhi a Bruxelles: anche ostacoli insormontabili possono essere superati. Dopo un periodo trascorso tra sconcerto e adulazione, la risposta europea a Trump si muove finalmente verso un certo grado di autonomia.
Oggi va rimessa al centro della riflessione della sinistra democratica una prospettiva di Europa federale, costruendo un suo equilibrio originale con gli Stati nazionali. Perché sì, si può essere patrioti italiani ed europei. E non c’è sfida più affascinante di questa.”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




