Fibra ottica, gasdotti e oleodotti: la battaglia sui fondali marini
Dati, petrolio e gas indispensabili all’economia globale passano sott’acqua. L’aumento di incidenti sospetti spinge Nato, Russia e Cina a rafforzare sorveglianza e forza di intervento

Abbracciano la sfera fisica, materiale, social-cognitiva e informativo-strategica le infrastrutture critiche sottomarine. Essendo dorsali energetiche e di ritrasmissioni informatiche internazionali, hanno rilevanza economica, tecnologica e operativa. A tratti oligopolistico, il mercato è dominato da alcune grandi potenze, in primis occidentali, e da armatori come Subcom, Global Marine System, Orange Marine, cui si sommano mega-attori sino-giapponesi e investimenti crescenti dei giganti del web, parti di un gioco diplomatico e di rapporti di forza asimmetrici, oscillanti fra il dominio e l’aspirazione diuturna alla superiorità informativa. Sono al tempo stesso concreti e digitali gasdotti, oleodotti e cavi transoceanico-transregionali in fibra ottica, specchio della geometria crescente della marittimizzazione mondiale, in itinere dal 19esimo secolo, e di un gigantismo costiero attuale dei quattro quinti della popolazione mondiale, concentrata entro i 500 chilometri dal mare, teatro funesto pure di parte degli obiettivi militari, ingaggiati spesso, come avvenuto all’esordio della guerra in Iran, da missili da crociera navali e jet imbarcati.
Modificanti il concetto tradizionale di confini nazionali, sicurezza e prontezza, le reti informatiche innervano strutture vitali per la sicurezza energetica, civile e militare: quelle sottomarine alimentano, sboccando a terra, oleodotti e sistemi energetici, reti di trasporto, servizi bancari e finanziari, servizi pubblici e di emergenza, il cui mancato funzionamento o distruzione avrebbe un effetto domino sulla difesa e la sicurezza economica del paese vittima. Via cavi in fibra ottica, estesi negli abissi per oltre un milione e trecentomila chilometri, prevalentemente lungo l’asse transatlantico, transpacifico e trans-euro-asiatico, seguiti dalla direttrice sud-sud, fluiscono più di quattro quinti degli interscambi digitali, di dati talvolta confidenziali, metronomi di flussi amministrativi, borsistici, bancari, militari e del mondo dei trasporti, interconnessi informaticamente. Due terzi del petrolio e del gas mondiale provengono e sono trasportati via mare e dagli oltre 400 cavi subacquei viaggiano transazioni quotidiane superiori ai mille miliardi dollari. Parliamo di infrastrutture fisiche energetico-digitali e di sbocchi cibernetici terrestri che delineano spazi vulnerabili ad attacchi di guerra ibrida, come insegnano le vicende recenti del mar Baltico e dello stretto di Taiwan, con una molteplicità di incidenti, i più colposi, opera di mercantili russo-cinesi, crescenti in insidie nell’ultimo quadriennio.
Osserva un ricercatore dell’università di Nottingham che l’ultimo episodio si è verificato al volgere del 2025, quando un cavo dell’operatore Elisa è stato danneggiato nella zona economica esclusiva estone, preceduto in gennaio da un altro incidente a un cavo lituano-svedese. L’anno prima il mercantile Eagle-S della flotta ombra russa aveva tranciato con l’ancora quattro cavi finno-estoni. Stessa sorte è toccata nel febbraio 2025 a un cavo taiwanese fra la metropoli e l’isola di Penghu, con il responsabile del dolo, un capitano cinese, condannato a tre anni di carcere. Ed è stata caccia grossa anche nei mari britannici, lo scorso marzo. Il ministero della Difesa, a Londra, ha annunciato il 9 aprile di aver sventato con gli alleati, Norvegia compresa, un tentativo russo di sabotare infrastrutture sottomarine critiche, nelle vicinanze delle acque territoriali.
Nell’ultimo biennio si è registrato un incremento di circa un terzo delle navi russe che si avvicinano alle isole britanniche. Lanciano un monito gli esperti di sicurezza internazionale: nelle guerre future, dovremmo mettere in conto attacchi coordinati contro le dorsali sottomarine, vulnerabili a sabotaggi, azioni di spionaggio politico-industriale, intrusioni, manomissioni, furti di dati o disinformazione, come osserva fra gli altri Camille Morel. Il Cremlino dispone di una direzione principale per le ricerche in acque profonde, segreta e in forza all’intelligence militare del Gru, che opera navi civili oceanografiche e mezzi subacquei per lo studio degli abissi, da cartografare, mappare, acquisire in coordinate e produttive in intelligence. Le grandi potenze sfruttano le peculiarità dei sommergibili, pilotati o meno, perché silenziosi, sfuggenti e semi-invisibili, muniti di sonar e strumenti elettronici, capaci di combinare in un’unica piattaforma assi nella manica in termini di sorpresa, sopravvivenza, movimento, autodifesa e discrezione, per pattugliare di soppiatto linee di comunicazione marittima e stretti strategici, come Luzon e Malacca, in cui si fluiscono molti cavi. Anche la Cina si è dotata di mezzi operanti in acque profonde, fino a 4mila metri, utili pure in ottica bellica, industriale e di un potenziale sfruttamento di risorse minerarie pregiate.
Non è da meno l’alleanza d’intelligence e scambio informativo five eyes, che riunisce in uno stesso cenacolo americani, canadesi, britannici, australiani e neozelandesi, e che ha fra i suoi obiettivi lo spionaggio dei dati digitali. Dopo il vertice di Vilnius del 2023 e l’incidente al gasdotto Baltic connector nel golfo di Finlandia, l’Alleanza atlantica si è dotata di un Centro marittimo per la sicurezza delle infrastrutture sottomarine critiche, inquadrandolo nel Comando marittimo interalleato di stanza nel Regno Unito, per assistere e coordinare i partner nel processo decisionale e nella protezione di cavi, interconnettori elettrici e gasdotti subacquei, una cinquantina dei quali corrono nel Baltico. Un anno fa, sempre la Nato ha avviato l’operazione sentinella del Baltico, per la sorveglianza e la difesa multidominio delle infrastrutture critiche sottomarine, impiegando fregate, pattugliatori marittimi e droni navali. Collabora inoltre l’Alleanza con l’Unione europea, in una task force congiunta sulla resilienza delle infrastrutture critiche, tema caro alla Commissione di Bruxelles da oltre un ventennio. Ce lo ricorda il Libro Verde del 2005, incentrato su un programma comunitario per la protezione delle infrastrutture critiche, energetiche e relative alle tecnologie di comunicazione, interdipendenti anche nel trasmettersi potenziali vulnerabilità. La Nato sta investendo a piè sospinto in nuovi sistemi di monitoraggio, inclusivi di apparati di intelligenza artificiale, sonar, sensori e veicoli subacquei autonomi per la raccolta e la fusione di dati in tempo reale, l’individuazione di minacce e la consegna di una fotografia immediata dello scenario sottomarino, integrandovi dati plurisorgente. Un sistema automatizzato dei sistemi di detezione, elaborazione, interpretazione e scoperta di minacce, sulla falsariga del Deep avanguardistico dell’italiana Fincantieri.
Londra affiderà il monitoraggio a grandi piattaforme subacquee dronizzate come l’Xlauv di Bae Systems e ha già a disposizione una nave multiruolo da sorveglianza, ospitante tecnici altamente qualificati, potenti sensori, droni e mini-sommergibili, capaci di tenere d’occhio i ripetitori strategici e di ispezionare e proteggere i cavi sottomarini a grande profondità, sinonimo di sinergie crescenti fra sistemi autonomi e capacità organiche delle navi con equipaggi. Parliamo di studi, missioni e sistemi che offrono livelli di sicurezza diversificati e flessibili, galvanizzati pure dalle migliorie sensoristiche nella discriminazione fra oggetti innocui e minacciosi, gli ultimi dei quali contrastati anche con la ridondanza delle infrastrutture, da lungi realtà in molte aree, come antidoto a rotture naturali o per logorii, manovre azzardate di ancore e reti di pescherecci, molto più frequenti come cause dannose degli atti ostili.
Racconta l’Istituto finlandese per gli affari internazionali che la forze di spedizione congiunta a trazione britannica ha attivato un’opzione di risposta multinazionale per rafforzare la protezione delle dorsali, organizzando pattugliamenti ed esercitazioni nei mari Baltico, di Norvegia e nelle acque britanniche, con attività operative aeronavali. Pure l’Iran è insidioso nello scenario inaugurato dai raid israelo-americani di febbraio. Oltre ad esigere pedaggi dai mercantili in transito nello stretto di Hormuz, punterebbe a tassarvi i proprietari dei cavi sottomarini e operatori come Google, Microsoft, Meta e Amazon.
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