Solo nell'economia dell'hype SpaceX può valere più del Pil della Turchia
di Pietro Saccò
Parte oggi l'Ipo più grande di sempre. E tutto lascia pensare che sarà un successo. Anche se i conti dicono che qualcosa non va e Musk ci ha abituati a spararle un po' grosse

Ci sono promesse incredibili alla base della gigantesca valutazione di SpaceX, l’azienda che oggi debutta al Nasdaq con una astronomica capitalizzazione di 1.770 miliardi di dollari, cifra superiore al Pil di nazioni come la Turchia, l’Indonesia o i Paesi Bassi. Nel documento consegnato alla Sec, SpaceX spiega di ritenere che sarà protagonista nel «più grande mercato aggredibile della storia dell’umanità», un business da 28.500 miliardi di dollari in cui trovano spazio data center orbitanti, fabbriche e centrali elettriche costruite sulla Luna e su Marte, turismo spaziale, “asteroid mining”, cioè l’estrazione di metalli e terre rare dagli asteroidi. Sono promesse incredibili in senso quasi letterale: parliamo in larga parte di attività che oggi non esistono e risulta difficile credere che questi business emergeranno davvero su scala commerciale e che SpaceX saprà ricavarne profitti.
Anche perché l’anno scorso questa azienda ha perso 4,9 miliardi di dollari su 18,7 miliardi di ricavi e solo nei primi tre mesi di quest’anno ha accumulato un rosso di 4,3 miliardi di dollari su un fatturato di 4,7 miliardi. È vero che molte startup mettono in fila anni di perdite mentre spingono sulla crescita, per poi diventare redditizie quando raggiungono scala. Ma di startup valutate quasi 1.800 miliardi di dollari non se ne erano mai viste. Eppure la domanda per le azioni di SpaceX è stata oltre il triplo dell’offerta, l’azienda ha collocato 555,6 milioni di azioni (il 4% del suo capitale) a 135 dollari l’una, incassando 75 miliardi di dollari.
Sta qui l’inquietudine con cui molti analisti assistono allo spettacolo di questa gigantesca IPO (initial public offering). Un’operazione che conferma e porta a un nuovo estremo un dato di fatto: per come funzionano oggi i mercati più dei “fondamentali” insegnati nei manuali di finanza conta l’hype, quello che l’Accademia della Crusca definisce «la montatura pubblicitaria volta a rendere un prodotto particolarmente atteso e desiderato».
L’hype è uno dei grandi motori dell’economia contemporanea e ai campionati mondiali di hype finanziario Musk vincerebbe a mani basse. La capacità di creare attese strabilianti e fare promesse implausibili, convincere il mondo ad attribuire valore a qualcosa che oggettivamente non ne ha (vedesi il mezzo scherzo dei dogecoin) e puntare a quello che nemmeno esiste ha avuto un ruolo centrale nella storia di questo manager 54enne che è riuscito a diventare l’uomo più ricco del mondo e da stasera, grazie al valore della sua quota del 50% di SpaceX, sarà il primo nella storia ad avere un patrimonio personale superiore ai mille miliardi.
Il New York Times si è cimentato nel complicato lavoro di mettere insieme le promesse che Musk ha fatto negli incontri con gli analisti negli ultimi quindici anni. Ne ha contate 602: il manager ha saputo realizzarne il 19%, mentre il 35% degli impegni non è stato centrato, su un altro 33% non ci sono stati aggiornamenti chiari e sul restante 13% occorrerà aspettare, perché si tratta di promesse riferite a un futuro che non è ancora arrivato.

Come imprenditore Musk ha ottenuto risultati pazzeschi: Tesla è stata dirompente nello sviluppo mondiale dell’auto elettrica, Starlink ha aperto davvero il mercato delle connessioni satellitari, SpaceX ha ha reso industriale la riutilizzabilità dei razzi, cambiando radicalmente le prospettive dell’industria aerospaziale. Ma aveva anche promesso che sarebbe stato capace di quintuplicare i ricavi di Twitter, che invece sono precipitati del 65% lo scorso anno, così come ha saputo vendere come vicina la colonizzazione di Marte, salvo rinviare ripetutamente tutte le tappe intermedie di questa missione.
In passato la tendenza di Musk a “spararle grosse” gli è costato il posto di presidente di Tesla: aveva scritto su Twitter che aveva un acquirente (un fondo saudita) disposto a comprare a 420 dollari le azioni dell’azienda, che erano quotate a 350 dollari. Non era vero: la Sec, la Consob americana, lo ha sospeso e multato. Sono passati otto anni, e oggi le azioni di Tesla sono quotate a ridosso dei 400 dollari ma nel frattempo l’indice Nasdaq è salito del 270%.
Ma nell’economia dell’hype gli investitori possono essere molto bravi a dimenticare. Vale sia per i successi che per gli insuccessi. La valutazione record di SpaceX è stata accettata da decine di grandi investitori che hanno partecipato al collocamento attraverso una delle ventitré banche d’affari coinvolte, guidate da Goldman Sachs, Morgan Stanley, BofA Securities, Citigroup e J.P. Morgan.
Morningstar, società di analisi finanziaria che non essendo coinvolta nell’operazione può ancora pubblicare le sue ricerche sull’IPO, ha scritto qualche giorno fa che la sua valutazione di SpaceX è di 63 dollari ad azione, il 53% in meno del prezzo di debutto. Una valutazione basata «sulla matematica più che sullo scetticismo»: gli analisti hanno ipotizzato tre scenari possibili per le attività future dell’azienda: in quello considerato più probabile SpaceXriuscirà a lanciare i suoi data center orbitanti ma con qualche sacrificio sul lato della potenza e continuerà a bruciare cassa per un decennio per finanziare gli elevati investimenti necessari a portare avanti i suoi piani. Niente, notano gli analisti di Morningstar, giustifica il fatto che ancora lo scorso novembre SpaceX fosse valutata 400 miliardi di dollari e ora sia balzata a oltre quattro volte quei valori.
Con toni più brutali, il popolare analista indipendente Ed Elson ha definito il documento di presentazione dell’Ipo «non serio, vuoto, allucinatorio e quasi disonesto» sottolineando che la società parte da una valutazione pari a 107 volte il suo fatturato. Cose mai viste. Vedremo nei prossimi giorni – e soprattutto nei prossimi mesi – quanto gli investitori vorranno davvero credere alle promesse di Musk e quanto lui saprà realizzarle. Anche nell’economia dell’hype, presto o tardi, arriva il momento della verità.
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